A. M. De Francisco - immagini di Sicilia - Il Campanile Enna

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A. M. De Francisco - immagini di Sicilia

A letteratura du Campanaru


Anna Maria De Francisco Aveni

post inserito il 3/3/2013, impaginazione F.Emma,

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Sei chiese viste da Lidia Caselli* con testi di Anna Maria De Francisco. E'una pubblicazione del 1990 rientrante nella collana "Immagini di Sicilia" della Papiro editrice.
Ne riproponiamo i testi e le immagini, una interpretazione che ci aiuta a cogliere ulteriori nuovi aspetti dei nostri monumenti.

Anime Sante

Un aspetto austero e decadente la contraddistingue e una scritta che esorta e forse ammonisce: pregate per i defunti. È la chiesa delle Anime Sante, dalla scarna facciata che un portale barocco di linee contenute abbellisce e nobilita. Un barocco senza soverchia pompa, elementarmente accennato: colonne corinzie, ghirigori, qualche fregio di linee curve, due statue, entrambe affiancate nella parte esterna da un motivo ornamentale, due pigne forse.
È stretta fra un caseggiato e l'omonimo vicolo, affacciandosi sulla via Roma proprio là dove questa si allarga in una breve piazza che prende nome dalla chiesa di San Tommaso, posta di fronte quasi per contrasto, col suo arioso portico di gusto quattrocentesco.
Rivolgendo lo sguardo alla seicentesca chiesa delle Anime Sante si avverte un sentimento di più severa religiosità, forse d'inquietudine per le gravi pa¬role che in pieno centro cittadino stridono proiettando nell'altra dimensione da cui con tanto ardore si rifugge. Sono segnate con chiari caratteri, chiuse entro un medaglione del portale di forma ellittica. Una nicchia vuota soprastante si apre al centro del frontone triangolare con cui brevemente la facciata si conclude.
All'interno l'anima più serenamente si distende e l'invito alla preghiera persuade a mistica pace.

Santuario di Papardura


La chiesa del Crocifisso o santuario di Papardura sporge dalla roccia su un terrapieno, non lontano dalla città, ma in seno a un paesaggio scabro e quasi romito, donde lo sguardo può spaziare intorno indefinitamente tra campagna e cielo.
La costruzione, dalle severe linee fondamentali, si adegua alla natura circostante e all'immagine del sacrificio di Cristo cui è dedicata. Tutta la zona ha assunto un sacro significato a commemorazione del momento culminante della vita del Redentore, che inizia col Fiat e si conclude col Consummatum est. Poco lontano dal santuario è stata infatti costruita la rocca del Calvario in cima alla quale si trovano tre Croci, ultima stazione di una via Crucis all'aperto, di artistica fattura musiva.
L'immagine del Crocifisso, dipinta su una lastra di pietra, fu rinvenuta sul posto in seguito a visioni; ora è conservata in un'edicola al centro dell'altare maggiore contenuto nell'abside, grotta naturale, ricavato dalla viva roccia.
L'architettura interna, più ricca di quella esterna, è però meno intensa e carattetistica.
Esteriormente l'aspetto eremitico della struttura, in sintonia col paesaggio dirupato, eccita i sentimenti gravi e appassionati dell'ardore ascetico: persuade alla meditazione ed al gusto della riflessione, alla pausa quaresimale che si stende tra gli stanchi singulti del faticoso carnevale, sazio di orge profane, e il meritato trionfo, tutto spirituale, della resurrezione; stimola il momento del raccoglimento, dell'autocritica, della contrizione, il rendimento dei conti a se stessi, per rendere terso lo specchio dell'anima, gioire della ritrovata autenticità, sentire svolgere dentro le note della trasfigurazione.

San Michele

Gli alberi di piazza Mazzini la separano dalla via Roma e dall'imponente costruzione del Duomo: se ne sta, ai margini della periferia, come distinta signora adorna di amabile discrezione; non isolata, ma attigua al nobile palazzo Varisano, insieme al quale costituisce uno degli angoli più decorosi e suggestivi della città.
La parte esterna è in stile coloniale spagnolo. Caratteristiche grate convesse e motivi ornamentali curvilinei animano lo schema della costruzione, sormontata al centro da una loggia con tre aperture su cui si ripete il motivo delle inferriate prominenti.
Queste si riscontrano anche all'interno. L'edificio fu abitato prima da monache benedettine di clausura, poi dalle canossiane.
Sorta su un'antica moschea araba, la chiesa presenta internamente forma circolare e, cosa che più di ogni altra la impreziosisce e la caratterizza, il pavimento di maiolica su cui si rincorrono ed intrecciano brillanti gialli e blu.
L'altare maggiore è l'unico rimasto funzionante, perché gli altri cinque posti intorno sono stati soppressi e hanno lasciato spazio alle nicchie che li contenevano. Alla sua sinistra si trova un bel quadro dell'Arcangelo che ha dato nome alla chiesa, mentre, secondo la consueta iconografia, sconfigge il demonio: in questo caso simbolicamente l'eresia musulmana su cui trionfa l'ortodossia cristiana.
Fu costruita nel 1658, essendo re di Spagna Filippo IV, periodo di viva religiosità non disgiunta da fanatismo e dall'imperversare dell'Inquisizione.

Campanile e Chiesa del Carmine

Scalini la separano dal suolo da cui si distacca con slancio; la fiancheggia il campanile, antica torre, che affonda a terra solidamente le fondamenta: la fede, che non teme gli aerei spazi vertiginosi, deve poggiare su intime radicate persuasioni.
Dell'antica torre poco si sa di certo, molto si favoleggia. Di sezione quadrata, è posta ad ovest della città e doveva far parte del suo sistema difensivo, in epoca medievale, quando gli assalti nemici erano incombenti. Ma potrebbe essere di più antica costruzione.
È detta torre d'Elia, un frate basiliano della nobile famiglia ennese dei Racchetta. Questi, dopo aver viaggiato ed essere stato prigioniero, presi i voti e tornato in Sicilia, fu vivace difensore della cristianità contro i musulmani, i cui attacchi da ponente avrebbe respinto da questa torre, sia che ne fosse il costruttore, sia che essa facesse parte del castello di S. Maria di proprietà dei Racchetta.
La poderosa struttura, rifatta nel XIV secolo, è ingentilita dalle aperture di stile gotico catalano.
Assai bello è il prospetto, che sull'alta gradinata si staglia movimentato e armonioso, scandito in riquadri, i quali sono lateralmente riempiti, sopra da due nicchie con statua, sotto da due finestre incorniciate. Al centro spicca, sul bel portale, l'immagine della Vergine col Bambino, custodita entro uno schema architettonico e posta su sei colonnine racchiuse in un rettangolo, quasi sacro balconcino, alle cui spalle veglia l'icona cristiana della promessa di grazia, divina garanzia di misericordia.

San Giuseppe


Maestoso il prospetto principale del santuario di San Giuseppe. L'ampia facciata barocca si allunga tra poderose colonne rastremandosi nella torre campanaria su cui, ariosi, si aprono tre archi frontali, due laterali. Al portone d'ingresso si accede mediante gradini, tutt'intorno protetti da un'aguzza inferriata di ferro, barriera al profano.
La chiesa è gestita dai frati carmelitani.
Sulla via Roma la costruzione si stende semplicemente, presentando un ingresso secondario, balconi e finestre del convento. Un'icona della Sacra Famiglia rallegra la parete poco lontano dal portone laterale, immagine e modello della terrena famiglia, delle subilimi gioie del focolare: mistero gaudioso, da assaporare prima che la cristallina purezza s'incrini, che la tempesta con dolore s'abbatta, pur maturando la gloria della redenzione.
S'intrecciano le grate della segregazione, che alla sconfinata avventura mondana ha preferito la conchiusa quiete.

Donna Nuova

La costruzione risale ai primi decenni del '500, su un rialto dell'ultima periferia cittadina, allora. Oggi è circondata da alti caseggiati, ma la facciata e il lato sinistro sono rimasti aperti, consentendole di mantenere intatta la grazia originaria.
È una costruzione dalle linee semplificate secondo uno schema geometrico che segue ritmi costanti, così da infondere un senso immediato di rasserenamento interiore. Ripartita in riquadri da uguali lesene sovrapposte, si arricchisce del maestoso portone d'ingresso sopraelevato, fattura barocca, che reca la data del 1660. In alto svettano le due brevi torri campanarie, simmetriche, intervallate dal nudo spazio, ma finalmente un'apprezzabile asimmettria: solo la torre sinistra è riempita dalla campana, l'altra gode sbarazzina il libero ciclo.
Questa chiesa è dedicata a Maria SS. la Donna Nuova, Colei che, accogliendo in seno il Redentore, consentì il rinnovamento spirituale della stirpe umana. Chi ha sperimentato individualmente lo smarrimento della caduta può rivolgersi a Lei per impetrarne la grazia rigenerante.

* Lidia Caselli
Nata a Catania e residente a Enna. Diplomata presso l'Istituto Statale d'Arte e Accademia di Belle Arti di Catania, insegna Disegno e Storia dell'Arte presso il Liceo Scientifico di Enna. Ha partecipato a 50 collettive nazionali ed internazionali, ha realizzato 5 mostre personali. Carmelo R. Viola su il Narciso Torino 1972 ha scritto: «Nei lavori della Caselli il colore ha l'antico ruolo della forma ed assolve egregiamente la sua funzione..., impiegato come espressione e non come copia della natura, è già simbolo per se stesso e dispone ad un simbolismo cromatico...». Francesco Gallo su rassegna Nazionale di Pittura Acitrezza 1977: «Lidia Caselli presenta le linee dei processi di strutturazione di modularità alla ricerca di un equilibrio dinamico che una volta raggiunta una sua «ordinarietà» si ripropone ancora come disordine esposto all'antitesi».

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