Chiesa di San Giuseppe, L'ultima cena - Il Campanile Enna

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Chiesa di San Giuseppe, L'ultima cena

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Oggetto: Dipinto raffigurante "L'Ultima Cena" di autore ignoto
Luogo: Chiesa di San Giuseppe, Enna, via Roma.
Posizione: sacrestia
Articolo tratto da "Testimonianze figurative del culto eucaristico nella diocesi di Piazza Armerina in età moderna" di Paolo Russo*,
pubblicato su "IMMAGINI DEL MISTERO, l'Eucarestia nella riproduzione artistica della Diocesi di Piazza Armerina" 2005
Foto di P.Mingrino, editing F.Emma

L'Ultima Cena
Chiesa di San Giuseppe Enna

Presso la Chiesa di San Giuseppe, ad Enna, è custodita nei locali della sacrestia una grande tela riproducente "L'Ultima Cena". Il quadro proviene, come gli altri presenti nella sacrestia e nella chiesa, dal monastero delle Benedettine di cui la chiesa faceva parte. L'autore del dipinto non è noto, nell'articolo Paolo Russo, storico dell'arte, lo descrive dandoci i riferimenti nella storia dell'arte.   

Alla inveterata tradizione dei «cenacoli» rinascímentali si richiama invece l'Ultima Cena della chiesa di San Giuseppe in Enna, appartenente al monastero dell'ordine di San Benedetto, la cui origine si fa tradizionalmente risalire al XVII secolo.
L'episodio evangelico dell'Ultima Cena è qui riproposto nella linea dei più noti modelli dei «Cenacoli» rinascimentali, secondo una composizione «classica», con prospettiva centrale e figure schierate, strettamente aderente al racconto evangelico. La struttura è rigorosamente simmetrica, Cristo, tra due ali di apostoli, rappresenta il centro focale dell'intera composizione; tra le sue braccia è San Giovanni Evangelista, col capo reclinato sul suo petto - «Or uno dei suoi discepoli, quello da Gesù prediletto, stava appoggiato sul petto di lui» (Gv 13,23).

Agli angoli superiori della tela due angeli sorreggono un drappo rosso, che si apre come un sipario sul proscenio dove è la lunga tavola apparecchiata. Il candido biancore della tovaglia è ravvivato dalle note di colore rosso e giallo dei fiori e dei pani disposti con studiato disordine. Nella parte bassa del dipinto, al centro e in asse col Cristo, è un grande bacile con dentro una brocca. Come due solide quinte poste alle estremità della tavola sono raffigurati due apostoli in positura speculare, l'uno volto di spalle, l'altro di fronte, le teste di entrambi ritratte di profilo, rivolte interrogativamente al Cristo. Le forme dure, spigolose, si accordano ai gesti composti ma come bloccati degli apostoli, ritratti con segno incisivo. Si coglie la volontà da parte dell'anonimo pittore di rappresentare, attraverso le attitudini ed i gesti variati, il moto psicologico che investe gli apostoli all'annuncio da parte del Cristo dell'imminente tradimento, allor quando: «i discepoli si guardarono l'un l'altro, non sapendo a chi alludesse» (Gv 13,22).

Elaborato nei modi del tardo manierismo ancora largamente diffusi in Sicilia nei primi decenni del Seicento, il dipinto rimanda ad esempi coevi della pittura spagnola, improntata su modelli fiamminghi del Cinquecento, a loro volta ispirati alle opere dei manieristi dell'ultimo periodo a Roma, quali, ad esempio, l'Ultima Cena di Livio Agresti del 1574 circa nell'Oratorio del Gonfalone, o le Nozze di Cana di Francesco Salviati del 1590, nel refettorio di San Salvatore in Lauro, ripresa nell'incisione di Jacoh Andrieensz Matham all'inizio del Seicento, in cui il bianco tovagliato della tavola imbandita è cosparso di fiori e frutta tra le vivande.

Il motivo caratterizzante il dipinto di Enna, il bianco candore della tovaglia punteggiato e ravvivato dalle note colorate di frutti, agrumi, fiori e ortaggi, trova riscontro in numerosi esemplari della pittura spagnola. In forma ancora schematica e precoce, per esempio, nell'Ultima Cena affrescata dal miniaturista Maestro de los Cipreses nel monastero di Sant'Isidoro a Santiponce (Siviglia), la tavola imbandita è cosparsa di fiori, agrumi, ortaggi e, sul grande piatto centrale, l'agnello sacrificale. Il motivo iconografico continua ad essere costantemente presente nella pittura dei secoli successivi, come mostrano i cenacoli dipinti intorno all'ultimo quarto del XVI secolo da Alonso Vàzquez e dal cordovese Pablo Céspedes, rispettivamente per la Certosa di Las Cuevas, oggi a Siviglia presso il Museo de Bellas Artes, e per la Cattedrale di Cordoba. Il primo, attivo a Siviglia fra il 1588 e il 1603, prima di emigrare in Messico, deriva la sua composizione da stampe di autori fiamminghi, a loro volta eseguite su modelli italiani.


* Paolo Russo, storico dell'arte, impiegato presso l'Ufficio per l'arte sacra ed i BB.CC.EE. della Diocesi di Piazza Armerina, ha studiato storia dell'arte presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" specializzandosi in Storia dell'Arte Medioevale e Moderna presso la stessa Università., ha poi conseguito il dottorato di ricerca in in Storia dell'Arte Medioevale, Moderna e Contemporanea in Sicilia presso l'Università degli Studi di Palermo.

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