Don Pasquale Di Mattia - Il Campanile Enna

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Don Pasquale Di Mattia

A letteratura du Campanaru

Fatti e misfatti realmente accaduti, liberamente  raccontati da Rino Spampinato e illustrati da Fabio Bruno,
(dalla storia di Don Di Mattia raccontata da Paolo Vetri)



La storia di Don Pasquale Di Mattia



Il Sacerdote fu imprigionato per due anni allo “Steri” a Palermo. La sua fortunosa richiesta di aiuto all’avvocato Francesco Benigno Tremoglie, giureconsulto, nato a Castrogiovanni il 20 ottobre del 1732, che il Vetri definisce “uomo di vasta mente, fecondo oratore, latinista , poeta , filosofo, conoscitore del cuore umano”, determinò la soppressione  del Tribunale del “Santo Uffizio” nel 1782.

All’avv. Tremoglie è intitolata la piazza dietro la chiesa di S. Cataldo.




In questo disegno, un particolare della più antica pianta esistente di Enna,
eseguito nel  XV secolo da Frate Jacopo  Assorino,
si nota la chiesa di San Giorgio di cui era Parroco don Pasquale Di Mattia nel 1780.  
La Chiesa, oggi non più esistente, era nei pressi dell’attuale Chiesa parrocchiale che originariamente faceva parte
del convento degli Agostiniani, denominata ancora oggi “Parrocchia San Giorgio”.
Il racconto è tratto da una storia vera riportata da Paolo Vetri nella “Storia di Enna”.



  UNO  

Salire quegli scalini ripidi della Pieve di s. Giorgio, per il comandante del drappello di gendarmi, primo tenente Gennaro De Marinis delegato di polizia, era stato quasi un supplizio, per una piccola gotta che lo torturava ormai da giorni, ma giunto all’apice e varcata la soglia della pieve, il suo passo marziale, con quello dei suoi uomini, rimbombò potente nell’ampia navata. Percorsero veloci i pochi metri della navata centrale che li separavano dalla sacrestia dove un alto e minuto parroco e la sua perpetua erano intenti a pulire gli armadi dalla coltre di polvere che li ricopriva quasi per intero. Quel piccolo esercito entrò dentro accompagnato da un rumore assordante di tacchi e stridori di spade tanto da spaventare a morte i due cristiani, quando, all’improvviso, da dietro i gendarmi spuntò fuori un omone vestito di un saio bianco, e con lo sguardo rivolto ad un foglio di pergamena lo srotolò e a voce alta proclamò: “ Siete voi il reverendo parroco Pasquale Di Mattia sacerdote della pieve di S. Giorgio?”, don Pasquale ancora intontito per tutto quel  trambusto e preso dalla paura rispose con un sì biascicato, e nessun’altra parola potè uscirgli dalla bocca. L’omone, a quella risposta affermativa, riprese a parlare con voce ancora più forte e autoritaria, di chi è abituato al comando e a quelle spietate incombenze: ” In nome di Sua Santità Papa Pio VI, noi, difensori della causa di Cristo, guardiani del sant’uffizio vi dichiariamo in arresto”. Con questa breve ma terribile formula, e senza che  gli venisse imputata nessuna accusa, in quel preciso istante, il giovane parroco smise la funzione di sacerdote per prendere quella di prigioniero di quella terribile e feroce istituzione che si chiamava tribunale dell'inquisizione, chiamato ironicamente “sant'uffizio”.






DUE

«Don Pasquà c’è chidda ca ci voli parlari» gli annunciò Geppina, «chidda cù!» chiese, piccato, il parroco. « Chidda! vù u sapiti, dda cosa fina.» «Senti Geppina», riprese don Pasquale, urtato da quell’annuncio poco garbato della donna, «mi devi fare una cortesia, quando  parli delle mie fedeli, ne devi parlare con rispetto, quella là, come dici tu, ha un nome, non ti è difficile dimenticarlo, va bene? E ora falla passare, dai». Quella là, come la chiamava Geppina, la perpetua di don Pasquale Di Mattia, era una bella ragazza, ventenne, elegante, ma di quell’eleganza che usavano le donne, diciamo, peccaminose. Il suo nome era, ironia della sorte, Maddalena. Maddalena entrò nella sacrestia, baciò la mano al sacerdote e subito venne al dunque.
Come da qualche tempo si era intestardita a chiedere, voleva ricevere anche lei la santa eucaristia, ma don Pasquale si rifiutava fermamente a concedergliela per il suo comportamento considerato inadatto ad una donna che si voleva avvicinare alla chiesa. Però quella mattina, la donna, era energicamente decisa a perorare la sua causa; voleva ottenere l'assoluzione del suo peccato, quel libidinoso mestiere che lei con il suo spudorato comportamento lo rendeva ancor più svergognato. Anche questa volta, però, il sacerdote, come le volte precedenti le negò il sacramento ma, come era suo costume, lo fece con la sua solita mitezza, e ammonendola dolcemente la spronò a cambiare genere di lavoro e di vita.
«Eh! Maddalena, Maddalena, tu porti un nome importante e che il nostro Vangelo riconosce sì come peccatrice ma anche redenta, fallo per me e per il Vangelo, cambia vita. I sacramenti, stanne pur certa te li darò, ma solo a questa condizione. Adesso và e non peccare più». La donna a questa che riteneva l’ultima umiliazione, non volle cedere e giurò vendetta nei suoi confronti. «Verrà il tempo che sarai tu pregare per la tua anima, disse fra sé con durezza».


TRE

Erano molti quelli che avevano ambito a prendere il posto di sacerdote nella Pieve di S. Giorgio reso vacante dalla recente scomparsa del vecchio parroco, ma chiamato dal vescovo ad essere il nuovo parroco  di s. Giorgio era stato il giovane don Pasquale Di Mattia. Fresco di ordinazione sacerdotale, per le sue capacità,  per i sani principi e per i suoi meriti morali, Di Mattia si guadagnò quel posto, e nel tempo anche l'affetto dei buoni parrocchiani, che avevano imparato a conoscerlo e che egli trattava da padre illuminato e da vero sacerdote. Tanto amato per le sue virtù, era altrettanto odiato da chi agognava quel posto, e ordiva alle sue spalle. L’unico punto debole di questo suo mandato pastorale era quella parrocchiana, Maddalena, che,  ritenuta donna di facili costumi, continuava a tormentarlo con quella insistente richiesta di assoluzione dei suoi peccati.  I ripetuti no del giovane sacerdote, avevano inasprito e indurito il cuore della donna, all’ultimo incontro giurò vendetta contro di lui. I suoi nemici, venuti a conoscenza di quest’ultimo diniego e della volontà della donna di vendicarsi, decisero che era arrivato il momento per rovinarlo; la donna sarebbe stata il loro ariete per abbattere, finalmente, quel muro granitico della fede che era don Pasquale Di Mattia.
Fabbricare la calunnia fu facile, infatti la frequenza di quella donna al confessionale fu la trappola per incastrarlo. L'accusarono di pressione sessuale e la donna, ormai capace di tutto, confermò i fatti; le guardie del terribile tribunale prestarono orecchio a quella pervertita puttana che certamente non aveva bisogno di pressioni per assecondare i desideri degli uomini. Fu così che a quel giovane parroco gli tolsero la carica di pastore sacerdotale, gli confiscarono i beni e lo consegnarono agli aguzzini del feroce tribunale dell’inquisizione.


QUATTRO   

Deportato nel carcere dello Steri, a Palermo, rinchiuso in una cella tetra e malsana, e trattato come un malfattore, l’uomo si dibatteva interiormente; non riusciva a comprendere i motivi di quel suo arresto. Soffriva immensamente, e non aveva modo e mezzi per poter  esporre le sue sofferenze e dimostrare la sua innocenza, gli mancava una cosa importante: scrivere. Sentiva dentro di sé il presagio della sua imminente fine. La visione di quel tormento così profondo e puro colpì l'animo di un guardiano del carcere che ebbe profonda pietà per Di Mattia. Fu così che acconsentendo alla richiesta del giovane parroco gli fornì un foglio di carta, ricevuto, come l'acqua nel deserto, come un favore provvidenziale. Null’altro potè fornirgli. Allora don Pasquale, vista l’impossibilità di ottenere penna ed inchiostro, si adattò all’esigenza, prese una scheggia di canna e strofinandola nella dura pietra della sua cella fece diventare
la punta acuminata come un pennino. Il guardiano e la natura gli avevano offerto carta e penna, adesso toccava a lui fornire la cosa più preziosa: l’inchiostro. Fu così che con la punta acuminata del pennino si aprì le vene e con il suo prezioso sangue che gli sgorgava dai polsi, finalmente potè scrivere i suoi patimenti e, cosa ancor più importante, la sua innocenza.



CINQUE

Erano ormai passati quasi due anni e in quei primi giorni del nuovo anno si trovava a Palermo il signor Francesco Benìgno Tremoglie di Castrogiovanni,  affermato e famoso giureconsulto, uomo di vasta conoscenza, fine oratore,  possessore di una grande fede e profondo conoscitore del cuore umano.  Il  pietoso guardiano venne a sapere  della sua presenza in città e  volle fargli avere la lettera scritta dal suo concittadino prigioniero. Quel foglio scritto col sangue così pervenne nelle mani del Tremoglie. Il famoso avvocato letta la commovente  e denunciante lettera non esitò un attimo, per amor del suo concittadino, dell'umanità e della giustizia, a prendere il primo vapore e salpare per Napoli, dove sapeva che doveva tenersi da lì a poco un Consiglio di Stato. Intervenne con la sua riconosciuta e stimata eloquenza a stigmatizzare l'orrido e mostruoso tribunale del sant'uffizio, dimostrarne tutta la sua  enormezza d’ingiustizia, e con quel foglio alla mano, macchiato del sangue di un innocente, che faceva roteare in aria come un  idolo,  riuscì a strappare al  re e alla regina prima una frase di dolore, che si tramutò in meraviglia per la tolleranza che si aveva in Sicilia di quel  tribunale, e poi dagli stessi reali e da tutto il ministero la promessa di un decreto, immediatamente emanato, nel quale si ordinava la soppressione di quel truce, orrido e tremendo tribunale dell’inquisizione..

SEI

Il 27 marzo 1782, venerdì santo, ricorrenza della mortedi Nostro Signore Gesù ma della rinascita della libertà edella giustizia in Sicilia, alla presenza del Vicerè, Domenico Caracciolo marchese di Villamarina e di tutto il  popolo in festa, davanti al carcere dello Steri venne letto il decreto dell'abolizione dell'odioso e  orrido tribunale. Vennero  cancellati gli stemmi ed in particolare la mano imbrandente la spada col derisorio motto: «Deus iudicat causam tuam».
Si  aprivano, finalmente, le porte del carcere e da quelle catacombe, per ordine diretto delle Sue Maestà,  ne uscì un uomo pallido e macilento.  Quell’uomo era il parroco della Pieve di s. Giorgio in Castrogiovanni, don Pasquale Di Mattia.  


SETTE

I fedeli di Castrogiovanni furono felici nel rivedere il loro amato padre e sacerdote ingiustamente perseguitato, e l'accolsero con sincere dimostrazioni di affetto; ma la loro gioia fu breve, perché il loro parroco ancora doveva soffrire. Si seppe, infatti, che il Vicerè, Domenico Caracciolo, aveva fatto bruciare tutte le carte dei processi tenuti da quel terribile tribunale che era la Santa Inquisizione. Pertanto don Pasquale Di Mattia, pur restituito alla vita e ai fedeli, non poteva essere riammesso nelle sue funzioni sacerdotali. Dopo alcune settimane, accompagnato dal suo avvocato, Francesco Benigno Tremoglie, fu costretto a partire per Roma, per recarsi alla Santa Sede, dove intendeva ottenere giustizia. La Corte Romana istruì immediatamente la causa e  luce, finalmente, fu fatta. Trascorsero pochi giorni e la Corte proclamò la sua innocenza. Don Pasquale Di Mattia, riabilitato, ritornò trionfante a Castrogiovanni tra la sua amata gente, e con loro vicino rese grazie al suo amato bambino Gesù.     


Lettere dal Carcere
(ciò che Don Pasquale avrebbe scritto)


 
   

   Oggi per la prima volta, grazie ad un guardiano di cuore nobile,  posso finalmente scrivere. Mi è mancato molto il dialogo con Te, Padre Santo, ti ho molto pensato, pregato, ascoltato, sentito dentro di me come mai prima. Ho impresso nel mio cuore i tuoi pensieri, li ho deposti amorevolmente  tutti in un quadro e l’ho appeso, con un chiodo, nel mio cuore. Vorrei dirti quanto amore ho per Te che mi segui sempre, anche in questo grave e triste periodo della mia vita. La mia innocenza da queste accuse infamanti di questo ignobile tribunale è una grande prova per il tuo amore, perché  so con certezza che questa prova a cui mi sottoponi è il corridoio che percorrerò per entrare  nella tua casa. Solo una cosa in questo momento mi manca veramente ed è la Santa Eucaristia.  È la gioia di ricevere il Tuo Corpo e il tuo sangue che mi manca ed è questa la mia grande sofferenza.  Immagina, non soffro neanche per le torture quotidiane che questi confratelli mi infliggono, e che io nel tuo santo nome perdono. Adesso ti devo lasciare, sono molto stanco e devo risparmiare “sull’inchiostro”. Devo tamponare la ferita e curarla per qualche giorno. Continuerò a pensarti e tornerò, sano, a scriverti. Ti amo con tutto il cuore. Benedici anima mia il Signore. Signore benedici l’anima mia.  



Mi sei mancato molto. Non che tu sia stato assente, la tua presenza è sempreviva e sentita accanto a me. Ma mimancano i tuoi libri, la bibbia, il libro delle lodi con le sue preziose preghiere, lo scrivere il mio stato d’animo e i miei più reconditi pensieri. Sono come uncervo che anela l’acqua e quell’acquamiracolosa, capace di guarire ogni ferita, sei tu mio Dio e Signore. Quantevolte mi sei venuto in sogno e io stendevo la mia mano verso di Te, come un Figlio, come tuo figlio cercavo la tua mano per sentirmi più protetto, quellamano che prendendo la mia tirandomicon forza a te, si tramutava in un abbraccio filiale, sì Padre mio, filiale. Soffro, ma questa sofferenza mia la pongo ai tuoi piedi come espiazione ai miei peccati.
devo smettere, ho finito “l’inchiostro” e  Grazie Padre della tua misericordia. Adesso devo smettere, ho finito “l’inchiostro” e sono molto debole. Benedici anima mia il Signore. Signore benedici l’anima mia.
Quante lettere Padre mio in questi anni ti ho scritto, quante volte pazientemente e santamente mi hai ascoltato, in silenzio come quei padri che ascoltano quei figli discoli senza punirli. Perché tu sei un padre buono che vuoi il bene dei tuoi figli e per questo li proteggi e li custodisci con tutto l’amore che hai. La guardia, quel sant’uomo di guardia che in tutti questi anni mi ha fornito questa carta per scriverti,oggi mi ha detto che forse scioglieranno questo sacrilegio che è l’inquisizione e che forse ci libereranno tutti. Lo spero tanto. Sai quanto ho sofferto, sai quante torture ho subito per farmi confessare che ho peccato contro l’Uomo e contro Te Padre mio. Ma tu sai che questo non è assolutamente vero.

Ma oggi col cuore in mano ti chiedo solo una cosa e dopo tutti questi anni è la prima volta che ti chiedo un favore. Liberami Signore da queste catene.Liberami da questa angoscia. Fa che possa ritornare nella mia casa, la nostra casa. La mia parrocchia, i miei parrocchiani, sono sicuro, mi aspettano ancora. Desidero tanto ritornare a dare e a prendere la Santa Eucaristia. Grazie Signore. Benedici anima mia il Signore. Signore benedici l’anima mia.



L'intonaco dello Steri, con le scritte dei prigionieri, noi abbiamo aggiunto quella di Di Mattia


                                        








                                       

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