Il Conte di Castrogiovanni - Il Campanile Enna

Vai ai contenuti

Menu principale:

Il Conte di Castrogiovanni

Storia di Enna


Il Conte di Castrogiovanni
S.A.R. Alberto Maria di Borbone

Alberto Maria di Borbone nacque a Capodimonte il 17 settembre del 1839 da Ferdinando II delle Due sicilie e da Maria Teresa d'Austria.
Terzo in linea di successione al trono, dietro il fratellastro Francesco ed il fratello maggiore Luigi conte di Trani, morì il 12 luglio 1844 all'età di cinque anni. E' sepolto presso la Chiesa di Santa Chiara a Napoli.

Il giorno stesso della sua nascita, il padre Ferdinando II promulgò un decreto che concedeva a S.A.R. Alberto il titolo di Conte di Castrogiovanni. Tale titolo aveva solo carattere onorifico, non riconosceva al Conte alcun diritto sulla città: "Il titolo come sopra conceduto non darà diritto al concessionario né sui beni, né sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della corona senza alcuna differenza."

Il decreto prevedeva la trasmissione del titolo di conte di Castrogiovanni, ai  primogeniti  discendenti dalla stessa linea di maschio in maschio e l'estinzione nella persona dell'ultimo discendente, e quindi il ritorno a disposizione della corona.
La morte prematura di Alberto e la caduta del regno delle Due Sicilie nel 1860 determinò l'estinzione del titolo.  


Trascrizione del Decreto,
visibile  nella foto a dx (rielaborazione grafica di F.E.)

Atto Sovrano che concede il titolo di conte di Castrogiovanni a S.A. R. il principe D.Alberto Maria figliolo terzogenito di S. M.
Capodimonte 17 settembre 1839

Ferdinando II, per la grazia di Dio e del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme ecc., di Parma, Piacenza, Castro ecc. ecc. Gran Principe Ereditario di Toscana ecc.

Avendo la divina provvidenza arricchita la nostra famiglia con la nascita del figliolo terzogenito D. Alberto Maria; veduto l'atto sovrano del 4 gennaio 1817 dell’ Augusto Re Ferdinando I di gloriosa ricordanza;
Ci siamo determinati a ordinare, ed ordiniamo al presente atto quanto segue.

Art.I Al nostro dilettissimo figliolo terzogenito D. Alberto Maria concediamo il titolo di Conte di Castrogiovanni.

Art.II. Il titolo di conte di Castrogiovanni, di cui abbiamo investito in figliolo D. Alberto Maria, sarà trasmissibile al suo figlio primogenito, e ai seguenti primogeniti  discendenti dalla stessa linea di maschio in maschio con la inalterabile prerogativa del sesso e del grado; dimodichè nel caso che non abbia figli maschi o che la sua discendenza di maschi discendenti da maschi venga a cessare, neanche le figliole primogenite potranno portare il suddetto titolo, ma resterà estinto nella persona dell'ultimo discendente, e tornerà a disposizione nostra, e del nostro successore sovrano legittimo che si troverà allora sul Trono.

Art.III. Il titolo come sopra conceduto non darà diritto al concessionario né sui beni, né sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della corona senza alcuna differenza.
Questo atto solenne riguardante la nostra reale famiglia, sottoscritto da noi, riconosciuto dal nostro Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia, munito del nostro sigillo contrassegnato dal nostro Consigliere Ministro di Stato Presidente del Consiglio dei Ministri, sarà registrato e depositato nell'archivio della presenza del suddetto consiglio.

                                                                                                      Firmato Ferdinando II                                                                                                                                                                                                                                   

Il Ministro Segretario di Stato di grazia e giustizia del Senato,
Nicola Parisio.
Il Consigliere Ministro di Stato Presidente e del Consiglio dei Ministri,  
Marchese Ruffo



La visita a Castrogiovanni di Ferdinando II e della moglia Maria Teresa, durante il viaggio in Sicilia del 1837, raccontata dallo storico Paolo Vetri.

Il 14 ottobre 1837, era domenica, alle 21,00 proveniente da Piazza Armerina con la regina e la corte, giungeva a Castrogiovanni Ferdinando II. La coppia reale, rilevata in carrozza alla porta Pisciotto, si avviò verso il Duomo.
Il popolo accorse numeroso, non attratto dall'affetto, non per acclamare, ma per curiosità, per conoscere l'uomo ritenuto autore del colera, per conoscere i carnefici di Siracusa Catania.
L’accoglienza fu dunque fredda. Il Re la Regina, entrati in chiesa, che era naturalmente addobbata ed illuminata da ceri e candele, furono ricevuti alla porta dal magistrato municipale e dal capitolo. Si cantarono in musica le solite preci, fu fatta la benedizione, e accompagnati dal corteo che li aveva accolti, passarono nei due palazzi riuniti quello di monsignor vicario Gioacchino Varisano e quello del barone Vincenzo Polizzi.

Due documenti sulla visita di Ferdinando II a Castrogiovanni, il primo dello storico Paolo Vetri, il secondo del narratore Nino Savarese.
Da entrambi viene descritta una accoglienza fredda e contrastata da parte della popolazione, ma il Re e la Regina dovettero avere una impressione positiva della città, se a due anni dalla visita, pensarono di far dono ad Alberto, il nuovo nato, del titolo di Conte di Castrogiovanni.

Ferdinando lasciò la regina nel palazzo, e si recò a visitare la città, s'incamminandosi verso Il castello. Non potendo accedere la carrozza,  percorse l’ultimo tratto a piedi, e asceso sulla Rocca della dea Cerere, trovata una piccola croce di legno, dal vento sbattuta a terra, s'inginocchiò la prese la baciò e con le proprie mani la rimise a posto.
Ripreso il cammino, visitò la cittadella e non sapendone apprezzarne l'importanza,  la giudicò buona soltanto per far la guerra alle stelle.
Scorgendo dall'altro una colonna di fumo che a qualche chilometro si alzava da un monte detto “Cambiato”, e appreso che si partiva dal seno di una zolfara chiamata la Grande, alla quale da mano ignota era stato appiccicato il fuoco, esclamò con veemenza: ”Se si conoscesse il distruttore di tanta ricchezza, né ordinerei la morte”, forse si rammentò in quel momento dal contratto stipulato nel luglio con i signori Taix e Aychard il quale nel riuscire funesto alle città siciliane, a Castrogiovanni più di tutte, perché il suo territorio, ricco di miniere di zolfo, aveva fatto entrare nelle sue tasche 250.000 ducati pari a 1.060.000 lire. Rimesso in carrozza, scese verso Montesalvo, e poi attraversando il vuoto altipiano, giunse al convento dei padri cappuccini, entrato in chiesa dopo una breve preghiera ritornò al palazzo.

Il camminamento che univa i due palazzi Varisano / Polizzi

La visita di Ferdinando II raccontata dallo scrittore Nino Savarese.

Dal libro " Fatti di Petra"
Visita di Ferdinando a Petra


Grandi feste si fecero a Petra per la visita di Re Ferdinando di Borbone. E questa volta c'ero anch'io a vedere in piazza Trivio la girandola," ed in Santa Maria dell'Itria, il Te Deum. Tanto detti di gomiti, finché riuscii a guardare in faccia il Re, tra il Senato, in gala e toga, i nobili ed il Capitolo, che erano andati con le carrozze ad incontrarlo alla prima svolta dello stradale.
La sera il Sovrano, che stava sul balcone centrale del palazzo Leofante, dette fuoco alla girandola per mezzo di una colomba di cartapesta, che partitasi dalle sue mani affidata ad un congegno di fili, andò diritta alla macchina, preparata in fondo alla piazza, e la incendiò.

Mi divertii molto, ma tornato a casa, trovai mio padre su tutte le furie. Il giorno appresso non si era ancora calmato, e ricordo che gli udii fare altri violenti discorsi contro i notabili di Petra che la notte avanti erano andati alla gala  ordinata dal Re:
« A baciare - diceva, contraendo la bocca con un ghigno di disprezzo -  quella mano che firmava i bandi contro i liberali, e le condanne di tanti innocenti, rei solo di volere essere liberi nella loro terra! ».
Io non compresi gran che in quelle parole, che oggi a ripensarle mi fanno fremere ancora.

Molte cose passano sotto i nostri occhi inavvertite, che poi si illuminano quando sono lontane, e quasi irridono, fuggendo nel ricordo, la cecità della nostra ignoranza o della nostra innocenza.

I figli di Ferdinando II e Maria Teresa D'Austria

Ora ho sotto gli occhi la cronaca di quei giorni, scritta da un canonico di Petra e leggo con un tranquillo sorriso:
«... Il Re è stato ricevuto a piè della collina con plauso universale »
« ... la popolazione non si stancava di godere il suo Re »
« ... per decorare vieppiù  la nostra città, il Re verso la mezzanotte ordinò la solenne gala ed il baciamano cui invitò il Senato, i nobili, i cortigiani, i ministri, il Capitolo e finalmente le fortunate dame della città»
« ... il Re appiccò il fuoco alla girandola per mezzo di un meraviglioso artificio che si partì dalle sue auguste mani... »
« ... Terminati questi scherzi, il Re si mise a cenare tutto contento encomiando la fedeltà e l'attaccamento dei cittadini al Trono ed alla Corona e l'amore verso il loro Sovrano »
« Dormì dolcemente tutta la notte e sul fare del giorno se ne partì ».
Solo il tempo può prendersi certe rivincite."
Ora, piazza Trivio di quella notte mi sta ferma davanti come una scena burlesca:  il Re dispotico tiene in mano una colomba di cartapesta, di fronte a lui sta la macchina pronta a scoppiare, che poteva simboleggiare la rivoluzione vicina, intorno a lui, una turba ben vestita di adulatori pavidi ed avidi, ai margini una minoranza di uomini ben marinai genovesi, che sbarcati da un brigantino il giorno avanti erano saliti fino a Petra, cantando per le vie, non si capiva bene che canzone, ma gridando assai chiaramente: « Viva la libertà »
« Viva Carlo Alberto! ». La bandiera fu tolta dagli agenti ed il brigantino fu fatto partire subito.
Ma una cantonata di piazza Trivio, dopo pochi giorni, sembrò trasudare quello di cui gli animi erano pieni. E nemmeno quella volta si seppe chi aveva scritto quel foglio col nerofumo, le lettere storte, ma chiare:
« Attenti alla tremenda vendetta!
« Persuadetevi che le vostre sciabole, le baionette, i cannoni non ci spaventano, anzi accendono di più il coraggio siciliano.
« Popolo di Petra!
dormi ancora? Svegliati, prendi le armi e distruggi i nemici della Patria e della Libertà!
« Mario che aspetti? ».
L'uomo chiamato per nome in mezzo alla piazza, era il capo dei liberali petresi, Mario Graffeo.


Fino allora sulle cantonate, la gente aveva trovato avvisi, editti, ordinanze dell'Intendente col piglio dell'intimidazione e della prepotenza, qualcuna an velata di comica paura, come l'ultima che si era vista una mattina per tutta la città sul « Divieto di vendita e di esportazione dei bastoni grossi o nodosi », ma ora non parlava per bocca dell'Intendente, il Re, ma per bocca di uno sconosciuto, il popolo di Petra. Venuti finalmente i giorni della vittoria e della liberazione, Petra seguì la sorte delle altre città italiane e nulla vi accadde di particolare.



Nel decreto di nomina a Conte di Castrogiovanni è specificato all'art III:
"
Il titolo come sopra conceduto non darà diritto al concessionario né sui beni, né sulle persone della città di Castrogiovanni, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della corona senza alcuna differenza. "

Ricordiamo nel paragrafo a lato gli antichi privilegi della città demaniale di Castrogiovanni.

Castrogiovanni città demaniale.

Enna, o meglio Castrogiovanni fu sempre una città demaniale sin dai tempi della dominazione normanna. Era una delle 42 città facenti capo direttamente alla corona e non amministrate da Vescovi-Conti, nobili, abati.
Con i Normanni e poi con gli Svevi, la Sicilia divenne un modello per l’Europa. In Sicilia nacque lo Stato moderno. Con Ruggero II fu convocato il primo Parlamento, si ebbe il primo stato burocratico, che si basava sui funzionari statali, e non sull'organizzazione feudale dei vassalli, valvassori e valvassini; il primo stato laico, indipendente dalla Curia romana fin dal 1097; e soprattutto si attuò, sull'esempio di quanto già avevano fatto gli Arabi, un effettivo spirito di tolleranza religiosa e di coesistenza civile.

Il Parlamento siciliano si riunì per la prima volta a Mazara del Vallo nel 1129 (mentre in Inghilterra il parlamento organizzato in tre «bracci» come in Sicilia cominciò a funzionare solo nel 1264). Questo era costituito da tre rami e precisamente dal Feudale, dall'Ecclesiastico e dal Demaniale. Il ramo feudale era costituito dai nobili rappresentanti di contee e baronie, il ramo ecclesiastico era formato da arcivescovi, vescovi, abati e archimandriti, mentre il ramo demaniale era costituito dai rappresentanti delle 42 città demaniali della Sicilia, tra cui Castrogiovanni.

Come ci attesta Riccardo di San Germano, cronista alla Corte di Federico II, l’imperatore nel "Colloquium" svoltosi a Foggia nel dì delle Palme del 1240 convocò i tutti i giustizieri a cui fu imposto di portare da ciascuna città due ambasciatori. Tra le città convocate con Palermo, Catania, Messina, figurava Castrogiovanni.  In quell'occasione l'imperatore svevo assegnò un titolo particolare ad ogni città parlamentaria del regno, a Castrogiovanni concesse il privilegio di fregiarsi del titolo di “Città inespugnabile”.
Grazie alla sua posizione strategica e all'importanza della sua cittadella Castrogiovanni continuò a non essere infeudata e a restare nel demanio reale della corona. Ancora nel parlamento di Siracusa nel 1398 viene confermata la condizione istituzionale di città demaniale e per tutto il quattrocento il suo territorio rivestì un ruolo non secondario per gli equilibri dell'isola perchè di fatto interrompeva l'estesa e interminabile serie di territori feudali appartenenti ai Moncada tra cui la confinante Caltanissetta.
Essendo venuta meno la sua importanza strategica militare, nel 1444, per scongiurare il pericolo di essere infeudata una delegazione inviata a Alfonzo d'Aragona, al capitolo di Cosenza, la città comprò dal Re per 10.000 fiorini d'oro la castellania, la capitania e la secrezia e con altre 200 once d'oro la conferma del diritto a non essere ceduta a nessuno, neanche a persona appartenente a famiglia reale, con la possibilità di opporsi , anche con le armi , a disposizioni regie, contrarie a tali privilegi. Alfonzo stabilì l'appartenenza perpetua al demanio della Corona, Castrogiovanni non"potrà essere mai pignorata, venduta, alienata, infeudata" e le magistrature non potranno essere mai " disgregate, vendute, pignorate", ne affidate , e per nessuna ragione, a conti , baroni o altri personaggi potenti, non graditi alla stessa "universitas" , neppure di stirpe reale.

__________________________________________________________
Bibliografia

Collezione delle leggi e dei decreti reali del Regno delle due Sicilie, 2 semestre 1839
Paolo Vetri
, Storia di enna
Nino Savarese, I fatti di Petra

Torna ai contenuti | Torna al menu