l'assassinio di Don Melchiorre - Il Campanile Enna

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l'assassinio di Don Melchiorre

A letteratura du Campanaru

Fatti e misfatti realmente accaduti, liberamente raccontati da Rino Spampinato ed illustrati da Fabio Bruno

STORIA DI UN OMICIDIO

UNO - L’ACCADIMENTO

Un forte boato riecheggiò, quella sera, per le strade deserte di Castrogiovanni. Il fragore di quello che sembrava un tuono fece sobbalzare dalla sedia donna Nina, che immediatamente diede ordine a suo marito di chiudere le imposte. Don Turi non se lo fece ripetere due volte, di corsa si sporse fuori dalla finestra per chiuderle. Il boato c’era stato, ma non pioveva proprio in quella calma e calda sera di Maggio dell’anno del Signore 1771. Allora don Turi guardò fuori e nel buio della sera vide indistintamente la luce fioca di una lampada che riverberava su un uomo inginocchiato, che in quel preciso istante piangeva e gridava aiuto, sul corpo di un uomo steso a terra. Morente.



DUE – L’ANTEFATTO

Don Melchiorre Grimaldi parroco della Chiesa Madre di Castrogiovanni stava finendo di pulire l’Ostensorio nella sacrestia del Duomo, quando una donna entrò e si avvicinò a lui piangendo. Cos’hai Maria? le chiese don Melchiorre, preoccupato per quell’insolita scena, difatti Maria era una donna dal carattere molto forte e mai l’aveva vista in quelle condizioni. La donna si avvicinò a lui fino quasi a sfiorargli il viso con il suo e gli disse con voce stridula: «aiu fattu ‘na cosa tinta! Tinta assa’! vossia ma và a lavari a coscienza ccà, davanti o Signuri e dirimi ora ca iè ffari». Don Melchiorre preso dalla paura di chissà quale grave fatto aveva commesso la sua parrocchiana le chiese con quanto fiato aveva in gola «Marì dimmi ca fattu speriamu conn nna cumminatu quarchi fissirì. Speramu ca Nosciu Signuri t’àalluminatu!» rispose la donna  «Parrì aiu lassatu a mè maritu unnu vogghiu cchù vidiri, ddù disgraziatu ortri a biviri comu n’armalu ora sinni và a iucari e carti e si ioca tuttu chiddu ca guadagna e nui ‘ncasa unn’avimu cchiù mancu i chi mangiari. Unn’ava beniri cchiù davanti l’occhi mì e nnà me casa. Picchì a casa iè a mì Vossì u sapi, Veru?»

Don Melchiorre tranquillizzato da quella confessione cercò di tranquillizzare anche la donna ma la rabbia che Maria covava ancora non riusciva a placarsi. Dopo un’ora tutto pareva ritornato alla calma, Maria se n’era andata, ma poco dopo arrivò suo marito ed ebbe uno scontro con don Melchiorre, credendo che era stato lui a convincere sua moglie a lasciarlo e cacciarlo da casa. «Vossì chista ma paga» furono le sue uniche parole e sparì, come inghiottito dalla terra. Quella sera don Melchiorre stanco ma ancor di più turbato da quella minaccia di mastro Alfredo, uomo che non minacciava mai invano. Prese il suo pastrano dal casciarizzo della sacrestia, chiamò il suo servo e come era solito fare, da quando la sorella era rimasta vedova del barone di Pollicarini, prima di rientrare a casa sua, andò da sua sorella a cena.

La cena, come al solito era stata sobria, ma ottima. Si trattenne ancora un po’ a parlare con la sorella e poi stanco si accomiatò da lei e si diresse verso casa. Lungo il percorso i pensieri gli si accavallavano, l’appuntamento che l’indomani aveva con un gentiluomo lo turbava non poco, ancora non aveva ricevuto la rendita del feudo della Chiesa Madre, concessa dal Re Alfonso d’Aragona dopo l’incendio del 1446, e l’interessato ancora sembrava non voler sentire ragioni a pagare il giusto tributo. Avrebbe voluto rimandare quell’incontro ma poi si convinse che doveva chiudere a tutti i costi quel contenzioso. Poi avrebbe dovuto incontrare suo nipote, Francesco Carnazza, nipote scapestrato che non pochi problemi gli aveva dato. Giovane e attraente, era il desiderio di molte fanciulle della nobiltà castrogiovannese, ma lui non solo non si faceva mancare a incontri con loro, ma non disdegnava neanche le donne più mature, e questo era per il parroco uno scandalo intollerabile.

Arrivato a casa ebbe solo il tempo di spogliarsi, distendersi sul grande letto e addormentarsi fu un lampo. Il sonno fu agitato ma l’alba lo trovò già sveglio e pronto per la S. Messa e le Lodi.

La grande Chiesa era già piena di donne che come ogni mattina assistevano alla celebrazione Eucaristica. Terminata la Messa si diresse verso la sacrestia, si tolse i paramenti e si chiuse nel suo ufficio, dicendo ai suoi servi che per quel giorno non voleva vedere nessun postulante. A metà mattinata arrivò suo nipote. Entrò e subito don Melchiorre lo redarguì per gli incontri libidinosi che il giovane aveva con una donna traviata, alla quale non lesinò il suo amorevole aiuto pastorale accompagnato da un congruo assegno, com’era solito fare ogni qual volta doveva togliere quel nipote dai guai. Adesso però era giunta l’ora di mettere la testa a posto e di trovare la donna adatta a lui e al suo casato. Su questo ormai non voleva più transigere e non avrebbe più tollerato quella vita immorale del nipote. Francesco Carnazza a quelle parole dette con rabbia dallo zio chinò il capo e non osò rispondere, anche se dentro di sé la rabbia covava e il suo volto rosso ne era lo specchio. Ma ormai la decisione era presa e nulla poteva far cambiare idea a don Melchiorre. Il giovane salutò devotamente lo zio e si affrettò ad andarsene.

La mattinata ormai era finita e alcune anziane della chiesa gli portarono per pranzo un po’ di brodo caldo e del pane appena sfornato. Il solito bicchiere di vino fu la degna conclusione di quel leggero pasto e subito riprese il lavoro.

L’ora dei vespri ormai era arrivata e dell’uomo che aspettava non si era vista neppure l’ombra, capì che non sarebbe più venuto, arrabbiato e inquieto si mise i paramenti e si avviò sull’altare per la messa vespertina.



TRE – IL FATTO

Un’altra giornata era passata, mentre i servi si accingevano a chiudere la Chiesa, don Melchiorre prese il pastrano dal casciarizzo della sacrestia lo indossò chiamò il suo fidato servo e si diresse verso Palazzo Pollicarini dove l’attendeva a cena la sorella. Una strana inquietudine lo accompagnava. il sacerdote finita la cena volle subito andare via, salutò dolcemente la sorella e preceduto dal servo con una lampada si diresse verso casa. All’altezza del Grottone un colpo di fucile lo colpì al fianco e lo fece stramazzare a terra, immediatamente il servo in preda al panico si inginocchiò  verso il suo parroco e si mise a piangere e a gridare aiuto. Lo sparo fu talmente forte che oltre che dal vicinato fu udito anche al Palazzo Pollicarini, dove la Baronessa presa da un cattivo presentimento mandò i suoi servi a verificare cosa fosse successo. Quando giunsero sul luogo dell’omicidio gli uomini della baronessa presero il corpo di Don Melchiorre e lo portarono subito a palazzo dove la donna accoglieva tra le sue braccia il moribondo fratello, che ingiungense alla donna di non perseguitare nessuno, perchè perdonava al suo assassino. Dopo poche ore morì, compianto da tutto il popolo subito accorso alla triste notizia.

Dopo due giorni si svolsero i solenni funerali al Duomo officiati dal Vescovo con tutto il Clero della Diocesi.

QUATTRO – FINALE

Intanto i gendarmi avevano subito iniziato le indagini, raccolsero il chiacchiericcio delle parrocchiane che volevano il giovane scapestrato nipote, di sovente redarguito dallo zio per le numerose relazioni amorose di questi non ultimo quello di avergli fatto troncato una illecita relazione con una donna traviata, fu così che i sospetti di quell’efferato omicidio caddero su di lui, Francesco Carnazza. Così fu arrestato e incarcerato. A nulla valse il fatto che aveva dimostrato che al momento dell’omicidio fosse lontano dodici miglia da Castrogiovanni, i giudici non ritennero valide le prove e lo fecero torturare fino a fargli confessare,  tra tanti tormenti, di essere stato lui l’assassino e perciò fu condannato a morte per decapitazione, essendo lui un cavaliere.



All’alba del 30 Maggio 1771 il giovane Francesco fu portato sul patibolo e decapitato, il suo sangue venne versato in vasi d’argento approntati dai parenti.

                              Rino Spampinato

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