La Chiesa di San Michele - Il Campanile Enna

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La Chiesa di San Michele

I luoghi della memoria > Le Chiese di Enna
pubblicato il 14/04/2017, testi Rocco Lombardo e Federico Emma, foto di Paolo Mingrino e Federico Emma, si ringrazia FotoArangio per le foto concesse
Chiesa della Immacolata Concezione
tradizionalmente conosciuta come

Chiesa di San Michele Arcangelo

Patrimonio Fondo Edifici di Culto
Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione - Ministero dell'Interno
la Chiesa è stata aperta al pubblico in corso di restauro il 25 e 26 marzo 2017
in occasione dei 30 anni di attività (1987-2017) del FEC e delle Giornate di Primavera FAI*
Cenni di storia, arte e tradizioni a cura
di Rocco Lombardo con contributi di Federico Emma
*Chi è il FAI - Fondo Ambiente Italiano
Il FAI promuove in concreto una cultura di rispetto della natura, dell'arte, della storia e delle tradizioni d’Italia e tutela un patrimonio che è parte fondamentale delle nostre radici e della nostra identità. E' questa la missione del FAI - Fondo Ambiente Italiano, Fondazione nazionale senza scopo di lucro che dal 1975 ha salvato, restaurato e aperto al pubblico importanti testimonianze del patrimonio artistico e naturalistico italiano.
Situazione attuale del tempio
Grazie all'intervento della Prefettura, in adesione alle sollecitazioni dei fedeli e delle associazioni locali, sono stati realizzati i lavori di restauro, completati  limitatamente alla facciata, alla copertura e all’apparato murario esterno. Si auspica che il restauro possa presto continuare  per gli ambienti interni, in modo da rendere finalmente  fruibile  nella sua interezza l’edificio alla collettività.
Grazie alla disponibilità della Prefettura e al positivo parere della Soprintendenza, la Chiesa è stata eccezionalmente aperta alle visite in occasione delle Giornate di Primavera 25 e 26 marzo 2017 organizzate dal Fai - Delegazione di Enna.

La Chiesa

La storia
La chiesa comunemente detta di San Michele sorge in Piazza Mazzini dirimpetto al Duomo e, in base alla  tradizione, occupa il posto dove era stata costruita una moschea nell’anno 859  dagli Arabi che avevano appena occupato Enna,  modificandone il nome in Kasr Janna, da cui derivò la denominazione  Castrogiovanni mantenuta dalla Città fino al 1927.
"Ibn El Abbâs allora spronò a traverso il sobborgo; entrò nella rôcca che appena spuntava il sole, all'ora della prece mattutina dei Musulmani, il ventiquattro   gennaio ottocento   cinquantanove   dell'era   cristiana.   A   niuno   de'   soldati cristiani si perdonò la vita. Figliuoli di principi, aggiugne la cronica, furon   fatti   prigioni;   e   donzelle   patrizie   coi   loro   gioielli;   e   il rimagnente del bottino chi il potea contare? Immantinente Abbâs inaugurava una moschea; facea drizzarvi la ringhiera; e salitovi il prossimo venerdì, il dì della unione, come il chiamano i Musulmani sapendo da' lor teologi che un tal giorno si fossero uniti insieme gli elementi del mondo, il feroce condottiero, tra le fresche stragi e 'lpianto delle vittime e gli eccessi dei vincitori, arringava i suoi: umile ed empio, riferiva ad Allâh la vittoria di Castrogiovanni" (Michele Amari, Storia dei Mussulamani di Sicilia, vol.1)
Giuseppe Candura  nel suo libro di storia ennese afferma che questa moschea a Enna era
“la maggiore all’epoca del dominio arabo in Sicilia, costruita proprio di fronte alla maggior chiesa  dei Cristiani a simboleggiare la preminenza politica e religiosa degli invasori”(1).
Gaetano Alloro ed Eliseo Fonte nel ribadire che tra le moschee cittadine era la più grande aggiungono che la chiesa che l’ha sostituita “è un esempio di stile coloniale spagnolo”.(2)

"La medina avrebbe occupato la zona a Ovest della rocca, estremità orientale del pianoro, e si sarebbe concentrata sui due versanti dello shari, da identificarsi almeno nel tracciato con la via Roma. Qui sarebbero stati ubicati la moschea congregazionale, nell'area dell'attuale chiesa di S. Michele, nonché l'hammam e il suq, che avrebbe avuto il suo culmine nell'attuale piano della matrice" . (Daniela Patti, Enna città araba)
E' probabile che la chiesa sia sorta subito dopo che la Sicilia passò, verso la fine del secolo XII, sotto la dominazione normanna, giacché risulta già esistente nel 1308, quando la troviamo inclusa nell’elenco delle chiese ennesi tenute a pagare la decima al Vaticano.
Non molto tempo dopo le fu affiancato un monastero ospitante le suore dell'ordine Benedettino, intitolato a San Michele, che si manteneva con le donazioni e i lasciti ricevuti nel corso del tempo dai fedeli e che fu ampliato grazie alla generosità della famiglia dei Leto, baroni del Priolo, che a parte le frequenti elargizioni di denaro effettuate nel secolo XVI arrivarono a donare la torre e altri ambienti del loro palazzo signorile che sorgeva accanto al complesso monastico. Con le somme via via donate la chiesa si arricchiva di opere d’arte, tra cui nel 1668 di un quadro, eseguito dal pittore ennese Giuseppe Bruno raffigurante San Mauro, San Placido e in particolare San Benedetto, la cui Regola le monache seguivano.

Di questo quadro oggi non c’è traccia, forse sostituito da un altro quando a metà del Settecento la Chiesa fu soggetta, assieme al monastero, a numerose opere di ristrutturazione, affidate a all’architetto Vito Mammana di Regalbuto, che si avvalse di vari collaboratori, tra cui Giuseppe Mammana e Pietro Urso.(3)
Ettore Liborio Falautano nel suo lavoro su Enna del 1909 parlando di questa chiesa la definisce “bello edifizio di forma rotonda” specificando che fu “fabbricato nel 1756” e che “dapprima le monache del monastero omonimo si servivano di una chiesetta, di gotico stile, di cui si osservano le vestigia”, oggi difficilmente individuabili.(4)    
In occasione dei lavori di totale rinnovamento della struttura chiesastica e conventuale, le suore, autorizzate dalle autorità preposte, furono ospitate presso le consorelle del vicino Convento di San Benedetto, sia per non vedersi turbata la loro quotidianità dedicata alla preghiera e al raccoglimento, sia per non essere d’impaccio con la loro presenza allo svolgimento delle opere edilizie di modifiche e interventi.


L’iniziativa avviata, sia per aderire alle tendenze spaziali degli edifici religiosi barocchi portate avanti in Sicilia dal architetto siracusano Rosario Gagliardi (1698 – 1762) sia per soddisfare le esigenze liturgiche delle suore frequentatrici, prevedeva una  pianta centrale ellittica sul cui asse maggiore venivano a contrapporsi  da un lato l’ingresso, formato da un vestibolo rettangolare di modeste dimensioni, oggi deturpato dalla presenza sgradevole di disarmonici pilastri  proposti da  un moderno maldestro intervento di consolidamento, e dall’altro lato l’abside, consistente in  un presbiterio di forma semicircolare.
Lo spazio centrale era attorniato da cappelle collocate a raggera sul bordo ovoidale, scandite da alte paraste aventi un capitello corinzio e differente ampiezza.
Questa sistemazione architettonica, planimetricamente basata sulle figure geometriche in stretta successione di un rettangolo, un’ellisse e un semicerchio,  genera un ampio  unico vano sul quale in alto sporgono la cantoria, posta sulla controfacciata, e, girando sul bordo curvilineo, alcuni piccoli ambienti, collegati da interni stretti corridoi e somiglianti a palchi di teatro, ma schermati, al pari della cantoria, da grate curvilinee atte a consentire alle suore la partecipazione alle sacre cerimonie senza rinunciare alla prescritta riservatezza.
La muratura parietale è sovrastata da una trabeazione continua e avvolgente su cui si sviluppa un organismo architettonico ritmato da finestre, al presente per lo più murate, e tuttavia pervaso dalla luce che proviene da un’apertura sagomata a sesto ribassato praticata sulla facciata e da un’altra collocata nel vano absidale opposto, nonché da finestre che seguono la curvatura della volta secondo una disposizione in diagonale. Su questo organismo si innesta con geniale soluzione architettonica, indizio di perizia e creatività progettuale, una volta arcuata, tecnicamente detta “a schifo” perché rievoca la chiglia rovesciata di un'imbarcazione, precisamente di uno schifo ovvero scialuppa, ma pure denominata “a specchio” o “a gavetta”.

Gli interventi innovativi prevedevano pure la dotazione dell’intero complesso edilizio non solo di opere d’arte e suppellettili sacre, che in parte possiamo ancora ammirare, ma pure di apparati decorativi in stucco.

A conclusione delle opere di ristrutturazione, la chiesa assunse la forma ellittica tipica di molte chiese benedettine di quell’epoca, che, come dice Carmelo G. Severino: “si distingue subito per la sua tipologia a pianta centrale, innovativa per Enna, più raccolta grazie alla sua superficie non ampia, in grado di far apprezzare egregiamente lo svolgersi della preghiera comunitaria nonché l’ascolto della predicazione liturgica”.(5)                                                                                                                          


Mentre il monastero si arricchiva di scale, di pozzi di acqua dolce e salata, di diversi vani a pianterreno e di numerose celle al piano superiore,  la chiesa  veniva dotata di decorazioni di stucco e manteneva  campane e campanelle, suppellettili sacre, come incensieri e navette, lampieri, pissidi e calici, cartegloria, 6 palli d’altare  di seta di diversi colori, ostensori, un quadro di San Michele, due statue della Madonna: oggetti descritti in un inventario del 1730, a cui se ne aggiungeranno in seguito altri e di alcuni dei quali, messi al sicuro in altri luoghi sacri, rimangono documentazioni fotografiche.
Architettonicamente la chiesa presenta una volta che ripete arditamente le forme curve del pavimento e presenta sei altari laterali, tre per lato, un altare maggiore decorato con vetro colorato imitante il marmo, una cantoria munita di sinuosa elegante ringhiera e raggiungibile da un “corridoio” che con andamento curvilineo la collega agli ambienti monastici. Definita “litterino”, risulta compiuta nel 1760 dai piazzesi Carmelo e Pasquale Pisano.(6)

I documenti notarili, per la maggior parte rintracciati da Orazio Trovato e contenenti riferimenti ai lavori di ristrutturazione della chiesa di San Michele e dell’annesso convento, agli artisti e artigiani coinvolti, alle decorazioni e opere d’arte eseguite, spaziano dal 1730 al 1765, in un arco di tempo in cui si sono susseguiti
- a Roma i papi Clemente XII (il fiorentino Lorenzo Corsini, 1652-1740, pontefice dal 1730), Benedetto XIV ( il bolognese Prospero Lorenzo Lambertini, 1675-1758, pontefice dal 1740) e Clemente XIII ( il  veneziano Carlo della Torre di Rezzonico, 1693-1769, pontefice dal 1758);
- nella diocesi di Catania, di cui Castrogiovanni  faceva parte, i vescovi Pietro Galletti (San Cataldo 1664- Catania 1757), dal 1729 al 1757, e Salvatore Ventimiglia (Palermo 1721-ivi 1797),  dal 1757 al 1773.
Questi pontefici e questi vescovi furono coinvolti nel vasto e articolato programma ricostruttivo per vari motivi, come, ad esempio, per concedere autorizzazioni, permessi e dispense.

La facciata
Restaurata di recente, alcuni scrittori locali la considerano “di stile coloniale spagnolo” in voga a metà Settecento, quando la chiesa subì un totale rifacimento, ricorrendo ad una terminologia impropria, dal momento che lo “stile coloniale spagnolo” ben si adatta ad architetture sorte in particolare nei territori del Continente americano dove i “colonizzatori” europei diffusero il linguaggio architettonico dei Paesi d’origine, fondendolo con quello locale.
I richiami stilistici tardo-barocchi che il prospetto evoca richiama piuttosto i coevi edifici sorti in Sicilia dopo il terremoto del 1693, specialmente quelli catanesi, i cui schemi e modelli è probabile che siano stati diffusi a Enna dalla schiera di artisti provenienti dalla città etnea e proprio a metà Settecento attivi su questa montagnosa città sia nel Duomo sia nella chiesa di San Marco.

Testo dell'iscrizione sulla facciata:
"Il Tempio e il Monastero sotto il titolo Immacolata Concezione e di san Michele Arcangelo fu edificato nel 1756"





La facciata ingloba, come succede in altre chiese ennesi ( Santa Chiara, San Benedetto…), un vano posto sulla sua sommità a mo’ di loggetta, destinato ad ospitare le campane, dichiarato esistente nel 1817 in un documento del 1818 (7)  e che conclude in altezza il prospetto che si sviluppa, seguendo uno schema rettangolare, in tre sezioni verticali, di cui quelle laterali sono delimitate da paraste angolari e rese movimentate ognuna da due finestre protette da panciute ringhiere e quella centrale è leggermente aggettante.

Questa, movimentata da elementi architettonici tipici di un diffuso repertorio decorativo (volute, pinnacoli, conchiglie, festoni, testine alate…), è costituita da un apparato murario che si presenta unico ma che è distinguibile in tre settori, posti in immediata successione verticale, secondo lo schema “a colonna” adottato all’epoca a Catania negli edifici sia religiosi sia patrizi sia pubblici.
Esso forma una straordinaria “fascia” mediana, la cui ricchezza ornamentale, accentuata dalla linearità  delle contigue sobrie intelaiature architettoniche, si basa su un elegante  portale d’ingresso architravato, su una soprastante targa commemorativa inserita in una cornice a volute  e sormontata da una finestra  protetta da ringhiera a petto d’oca, sottostanti ad un arco mistilineo, e infine da un ampio finestrone adorno di architrave e di variegati decori architettonici.
Con questa sobria linearità e varia ornamentazione del prospetto, il tempio s’inserisce gradevolmente nel contesto urbano circostante e ne costituisce un elemento architettonico caratterizzante.

L’esterno
Riportato al suo stato  originario dai restauri effettuati di recente, l’esterno evoca nel suo andamento leggermente curvilineo la caratteristica pianta ellissoidale che caratterizza lo spazio interno e assume una  suggestiva maestosità, distinto com’è in due livelli, uno basamentale ed uno superiore.
Il primo livello è formato da una parete bombata coronata da un cornicione che, arrivando all’altezza dei corridoi interni, include le finestre, oggi per lo più rese cieche per preservare l’interno dall’ingresso di volatili e dall’aggressione degli agenti atmosferici.
Il secondo livello si presenta arretrato, contraddistinto da due contrafforti delimitanti la campata centrale e dalle finestre ad arco ribassato aperte sulle campate laterali.

L'interno
Il vestibolo
Sui due muri laterali del vestibolo, posti  a fianco del portone d’ingresso, troviamo a sinistra  una lapide  datata 15 settembre MDCCXXXIV ( 1734) e contenente una scritta in latino che riporta il nome di Nicola Giuseppe Lucca, un benefattore, e del papa Clemente XII che concede il consenso alla unificazione di due monasteri (di San Michele e dell’Immacolata) (foto a dx), facendoci conoscere l’anno e i motivi della  ricostruzione della chiesa, che sostituiva quella antica di San Michele e prendeva la nuova intitolazione alla Madonna Immacolata, celebrata in più punti da citazioni bibliche, come la  frase “Macula non est in Te” ricavata dal biblico Cantico dei Cantici (4,7) racchiusa in un cartiglio a forma di stemma retto da due angeli,
ricordata in scritte commemorative, rappresentata a rilievo su un medaglione in stucco addossato alla cantoria; raffigurata in una statua custodita in uno degli altari laterali del lato destro; dipinta in un quadro collocato sull’altare maggiore; e rappresentata a mezza figura in una pittura murale visibile nella parete destra del vano d’ingresso.







Il soffitto
La volta ricalca nelle linee curve della vasta e insolita struttura “a schifo” la caratteristica forma ellissoidale della pianta. La sua copertura negli anni ’70 del Novecento fu “rinforzata” a cura del Genio Civile di Enna, che appesantì il tetto con l’uso di cemento, indebolendo l’equilibrio statico dell’edificio, che per motivi di sicurezza da anni sta rimanendo chiuso. Sulla volta Carmelo G. Severino così si esprime:
“ Una volta ellissoidica,  a sezione circolare sull’asse corto, chiude lo spazio sacro, impostandosi su una fascia con funzione di tamburo al di sopra delle cornici.
E’ un intervento architettonico sicuramente di alto livello artistico dovuto ad un progettista di valore, perché “la moderazione nell’uso delle decorazioni e la dosatura degli elementi architettonici parietali conferiscono all’interno un aspetto di raffinatezza  che completa e sottolinea l’equilibrio compositivo dell’insieme”.(8)

Il pavimento
Il pavimento, d’insolita, almeno per Enna, forma ellissoidale, fu eseguito tra il 1761 e il 1765, in mattonelle smaltate di Caltagirone, da mastro Antonio Brandino, fornitore pure delle piastrelle destinate alla locale chiesa di San Marco.
Mentre l’incarico di fornire le mattonelle smaltate fu affidato al ceramista di Caltagirone Antonio Brandino (9), il disegno decorativo fu approntato dall’architetto Vito Mammana, visto che dai documenti risulta pagato per lavori “di pittura e architettura”.(10)
Oggi in entrambe le chiese i pavimenti originali non esistono più. Pochi esemplari superstiti si possono osservare a san Michele, sbiaditi e consunti, nell’abside. Il nuovo pavimento fu commissionato alla Scuola D'Arte Cascio ed eseguito nel 1957 come segnato in un riquadro, da un allora giovanissimo Prof. Giuseppe Marzilla, che magistralmente riportò il decoro originale con i motivi di tralci di gusto barocco. Uniche aggiunte lo stemma della Chiesa Madre, presso l'ingresso, in cui sono rappresentate tre torri di un castello sormontate  dall’immagine della Madonna ed appunto la data di posa.



Mattoni del pavimento originale

Stemma e anno di rifacimento 1957

Simboli di San Michele al centro del pavimento
Gli altari laterali
Lato sinistro
In appositi incavi ricavati nella parete, trovano posto opere d’arte collocate su altari o addossate al muro. Possiamo, pertanto, ammirare, partendo da sinistra:
1) Un manufatto artistico pittorico e scultoreo ( m.2,80 x 1,80 circa),
rappresentante un  Crocifisso ligneo, scolpito e dipinto, addossato ad una croce recante l’iscrizione “INRI” (ovvero Iesus Nazarenus Rex Iudeorum) e  circondato da  raffigurazioni eseguite a olio su tela che  gli fanno da sfondo.
Esse sono: in alto, il Sole e la Luna, simboli dell'oscuramento che si ebbe sulla terra tra le 12 e le 15 nel giorno in cui Cristo spirò sulla croce. Al centro Cristo tra la Madonna, a sinistra, vestita di bianco e ammantata di azzurro, e San Giovanni Evangelista, a destra, che indossa una tunica chiara e un manto rosso, secondo un modello diffuso e presente a Enna nella chiesa di San Marco e, con qualche variante significativa, in quella di San Francesco d’Assisi.


La scultura e le pitture sono dovute ad un intagliatore e ad un pittore, forse locali, attivi nel secolo XVIII.

2) Una  stampa litografica, inserita in sobria cornice e appesa  al muro, raffigurante Santa  Maddalena di Canossa (1774-1835), fondatrice dell’Istituto delle Figlie della Carità, note come Suore Canossiane. Il quadro ci ricorda il periodo in cui, dal 1915, l’Orfanotrofio annesso alla chiesa fu gestito dalle Canossiane dimoranti nell’ennese  “Collegio di Maria”, dove erano venute già dal 1912  dal Nord Italia per interessamento della nobildonna ennese Clementina Rosso Grimaldi.(11)

3) Una  pala che rappresenta San Michele  (m 2,80 x 1,80 circa ), di fine secolo XVI.
L’Arcangelo è raffigurato mentre trionfa su Lucifero, cioè il diavolo, schiacciato ai suoi piedi,  incarnando il simbolo della vittoria  del Bene sul Male.
Con vivaci e vari toni di colore, è rappresentato alato, vestito con una  armatura di colore ferrigno dotata di una specie di cintura da cui pendono svolazzanti fasce gialle e fornito di calzari rossi. Nella sinistra tiene sguainata una spada con cui ha sconfitto il demonio e nella destra sorregge una bilancia con cui pesa le anime, misurandone vizi e virtù. Sullo sfondo è visibile il romano Castel Sant’Angelo, l’edificio che fu il mausoleo dell’imperatore Marco Aurelio (121-180 d.C.)  e che in epoca cristiana divenne un baluardo a difesa degli edifici vaticani nei cui spazi fu ricavato un ambiente dedicato a San Michele. Nel quadro è raffigurata una processione penitenziale, guidata dal papa  Gregorio I, detto Magno ovvero il Grande (540 circa –604 d.C.) che, indossando la tiara pontificia,  la effettuò nell’anno 590 per scongiurare il pericolo di una pestilenza. Cosa che avvenne, dopo l’apparizione di San Michele che rinfodera la spada a indicare che l’epidemia è allontanata, motivo per cui il grandioso monumento, sorto come sepolcro imperiale, fu da allora chiamato Castel Sant’Angelo. Da secoli sulla sua cima era posta una statua dell’Arcangelo (ora di legno, ora di marmo, ora di bronzo…) ma quella che oggi noi vediamo fu realizzata in bronzo nel 1753 da  Peter Anton von Verschaffelt, scultore fiammingo (1710-1793).

Nel suo libro di storia ennese Giuseppe Candura definisce questo quadro “maestoso” (12). Il suo autore non è noto, ma trattasi di un pittore di gusto manierista attivo verso la fine del Cinquecento.



san Miche tiene una bilancia
per soppesare le anime
Altare maggiore
E’ realizzato con vetri colorati che imitano il marmo, creando una illusione molto suggestiva, tipica dell’arte barocca. E’ simile, per ideazione ed esecuzione, a quello esistente nella chiesa di Santa Chiara e a quello presente nella chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, l’unico di cui conosciamo l’autore, il piazzese Salvatore Accardi, che lo eseguì a metà dell’Ottocento. Sul retro dell'altare è inciso "1856" che verosimilmente indica la data di allestimento dell'altare, edificato, in tal caso, nel centenario di costruzione della chiesa.  




Dietro l'altare, tra le altre scritte e graffiti,
"nell'anno 1872 sotto il nostro governo infami e cialtrone d'Italia..." seguono altre scritte poco decifrabili.
Questa scritta "eversiva" si potrebbe riferire alle conseguenze delle leggi, a sua volta definite eversive, che espropiarono la chiesa e il monastero.
Tra le altre scritte la firma di Di Nolfo Paolo 1908, rettore all'epoca della confraternita del SS. Salvatore.
Al centro della sua base  c’è un riquadro in cui è raffigurata, in rilievo dorato,  la morte del “giusto” Abele per mano dell’invidioso Caino, con lo sfondo delle rispettive are dei sacrifici, e secondo il racconto riportato in Genesi (4,8)  e ricordato dagli evangelisti Matteo  ( 23,35) e Luca ( 11,51), nonché da Paolo nella Lettera agli  Ebrei(11,4) e da Giovanni nella prima Lettera ( 3,12): in questi testi del Vecchio e del Nuovo Testamento l’episodio del “martirio” di Abele prefigura la Passione e Morte dell’altrettanto  “giusto” Gesù.


Il tabernacolo
Il quadro sovrastante ( m 2,50 x 1,80) l'altare
Sopra l’altare è esposto un grande quadro che con stile manierista raffigura l’Immacolata, vestita di bianco e ammantata di blu, col viso immerso in una aureola luminosa, delimitata dalla consueta corona di dodici stelle e sovrastata dalla colomba dello Spirito Santo. La Vergine poggia su una nuvola da cui emergono una falce lunare e tre teste di cherubini  ed  è attorniata da un coro d’angeli librati nel cielo mentre in basso, in atteggiamento di preghiera e implorazione, si trovano:
- San Benedetto da Norcia (480-547), padre del monachesimo occidentale, fondatore dell’Ordine Benedettino e del monastero di Montecassino. E’ raffigurato coperto da un piviale ricamato in oro e corallo e reggente un libro, simbolo della sua Regola, mentre ai suoi piedi giace una mitria che con il baculo pastorale sta  a  ricordare la sua dignità di abate;
- Santa Scolastica (480- 547), sorella gemella di San Benedetto, patrona delle monache benedettine, vestita di un abito monacale nero ravvivato dai tocchi bianchi del soggolo, delle maniche della tunica  e dei risvolti del manto. La Santa tiene nella mano destra, quasi in atto di offerta alla Madonna, un cuore infiammato, simbolo della sua devozione, e insieme all’immagine di San Benedetto fa da quinta ad uno sfondo dove in lontananza spiccano dei monti, probabile richiamo ai monti Erei che circondano Enna.
(Per alcuni studiosi, per il fatto che il quadro è più piccolo della cornice di stucco che lo contiene, indicazione di una ubicazione diversa, i due santi potrebbero essere Sant’Agostino e la monaca agostiniana Santa Chiara di Montefalco, devota della Passione di Cristo. Potrebbe, dunque provenire, dalla chiesa annessa al convento di Sant’Agostino esistente a Enna ma, per mancanza di documenti e memorie, è difficile avere conferma di questa supposizione e stabilire l’epoca del “trasferimento” dell’opera).






Altari laterali
Lato destro (partendo da quello centrale)
1) Quadro con la Sacra Famiglia (m 2,20 x 1,60) dal profilo mistilieo inserito in una artistica ed elaborata cornice larga m 2,90 e alta m 4,20.
L’opera rappresenta la Madonna che tiene sulle ginocchia il Bambino  al quale San Giuseppe sta porgendo un cardellino, che prelude alla Passione cui Gesù andrà incontro, perché secondo una leggenda l’uccellino aveva cercato generosamente di strappare le spine dalla corona posta sul capo di Cristo, macchiandosi di sangue le piume del capo.

Ai lati sono raffigurati in piedi, a sinistra, Sant’Anna  e, a destra, San Gioacchino, i genitori della Madonna, che insieme a San Giuseppe appare seduta su una specie di panca marmorea che poggia su una predella  di pietra  sulla quale, dal lato della Madonna e quasi ai suoi piedi, sono sparsi dei fiori bianchi, rosa e rossi, in cui si riconoscono il giglio,  simbolo della sua purezza della Madonna,  le rose dai petali delicati, a ricordo dell’invocazione “Rosa mistica” a lei rivolta nelle litanie lauretane,  e un garofano purpureo, il cui nome greco Dianthus significa “fiore di Dio” e che nell’arte cristiana, come nel quadro de La Madonna del garofano di Leonardo,  è rappresentato per alludere alla Passione di Cristo e alla promessa del suo amore per l’umanità.
L’opera risale alla seconda metà del Settecento, può considerarsi di ignoto pittore siciliano e conserva la collocazione originaria.
2) Statua dell’Immacolata
E posta su un altare che forse nei tempi andati era sovrastato da un quadro, rimosso dopo che fu proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione da papa Pio IX l’8 dicembre  del 1854 con la Bolla Ineffabilis Deus. Questo documento pontificio dichiarava che la Vergine Maria sin dal suo concepimento nel  grembo di Sant’Anna  era stata preservata dal peccato originale, in considerazione della sua missione di Madre del Salvatore.
Da allora in tutto il mondo cattolico si divulgò la venerazione all’Immacolata, che in Sicilia era tuttavia diffusa da gran tempo, anche se alcuni ordini religiosi, come quello dei Domenicani, la ostacolavano aspramente, mettendosi in contrasto con i Francescani e i Gesuiti che la sostenevano con forza. La Bolla papale mise fine a tutte le dispute teologiche e nei centri siciliani la popolazione esultò, devota come era da secoli all’Immacolata, e le dedicò  con più fervore immagini e preghiere.
La statua è, perciò, una prova di questo entusiasmo religioso popolare, incrementato ancor più dalle apparizioni della Vergine a Bernadette avvenuta a Lourdes nel 1858.
Le festa si celebra l’8 dicembre, esattamente nove mesi prima di quella che l’8 settembre commemora la natività di Maria (Maria Bambina). A Enna l’Immacolata è festeggiata particolarmente dai frati francescani del Convento di San Francesco d’Assisi, dove c’è una statua in legno attribuita alla bottega dello scultore palermitano Girolamo Bagnasco (1759-1832) e un quadro  eseguito dal pittore ennese Saverio Marchese (1806-1859).

La cappella con la statua della Immacolata fu realizzata negli anni '60 da Mons. Francesco Petralia.
3) La Vergine porge il Bambino a Santa Francesca Romana
( olio su tela di m 2,20 x 1,80 circa)
Il quadro, da attribuire a ignoto pittore siciliano del Settecento,  rappresenta La Vergine che porge il Bambino a Santa Francesca Romana.
Accanto alla Vergine San Giuseppe, che tiene in mano il bastone fiorito attribuitogli dalla tradizione. In alto sono rappresentate teste di cherubini e ai piedi della Madonna, un grande angelo tiene una corona di rose e gigli.
Nell’angolo in alto a destra è raffigurato un episodio della vita della Santa: nel 1432 la Santa viene condotta in spirito dal Profeta Eliseo in una spaziosa pianura nel mezzo della quale si erge un grande albero ai piedi del quale scaturisce una sorgente in cui la santa viene immersa e purificata e così riesce a contemplare sull'albero i Misteri trinitari accanto ai quali Maria Vergine con il Bambino.
In basso a destra è raffigurato un teschio, poggiato su un libro, che fa riferimento ad un altro episodio della vita della Santa che durante la sua vita bevve da un teschio per contrastare le visoni del demonio.

La venerazione della santa, di origini romane, a Enna era poco sentita, la presenza del quadro che la raffigura dipende dal fatto che era una santa benedettina.




TRADIZIONI
San Michele, dal momento che era preposto a giudicare le anime, era  popolarmente invocato  nell’ora  del trapasso affinché propiziasse la clemenza divina, per cui
era diffusa  una implorazione a lui rivolta che  così recita:
        
         O San Micheli Arcangilu splinnenti
Vui siti  ’u veru  angilu di Diu
Sutta li pedi tiniti un sirpenti
La spata  ‘n-manu vi l’ha datu Diu.
Tiniti sti valanzi giustamenti:
Pisati st’arma mia e dàtila a Diu.(14)

Cantoria
In ambito profano, in un canto popolare così una donna  si rivolge al proprio innamorato, paragonandolo per fascino, prestanza e bellezza a San Michele:

Giuvini, mi pariti un San Micheli:
Vi taliassi sempri cu disìu;
Aviti l’occhi dui stiddi sireni,
Beddu lu pirsunaggiu, amuri miu.
Di la vucca vi spanni latti e meli
E cu parra cu vui ci senti briu.
E’ l’occhiu di la genti ca mi teni
Si non ti vegnu appressu, amuri miu.(15)


La festa di San Michele Arcangelo si celebra il 29 settembre ed è molto sentita a Caltanissetta perché è uno dei suoi santi patroni.
L’Arcangelo è rappresentato con la bilancia perché ha il compito quando muore qualcuno di valutarne virtù e peccati al fine di destinarlo al Paradiso, all’Inferno o al Purgatorio.
Il monastero
Il monastero, posto sotto la regola benedettina, secondo Rocco Pirri  sorse verso il 1598 nella case del Barone di Capodarso appartenente alla nobile famiglia dei Leto.(16)
Ettore Liborio Falautano nella sua monografia del 1909 afferma che ai suoi tempi esso “è adattato per orfanotrofio femminile”.(17)
Chiuso l’orfanotrofio, lo stabile ha avuto diverse destinazioni finché è  diventato la sede della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali quando questa fu istituita a Enna, cioè sul finire degli anni ’80 del Novecento.

Il Percorso dei corridoi
Tra le mura esterne ed interne della chiesa vi è un percorso di corridoi e scale che collegano la cantoria, ambienti  vari e la torretta delle campane. E' un percorso molto suggestivo che rivela ambienti ancora nelle stesse condizioni di quando furono costruiti 250 anni fa.
note
1 Giuseppe Candura, Storia di Sicilia. Enna Urbs Inexpugnabilis, Ed. Rotary Club Enna, Stampa  Arti Grafiche Siciliane, Palermo 1979, pp.148.
2 Gaetano Alloro-Eliseo Fonte, Monumenti sacri in AA.VV., Henna tra storia ed arte, ILA Palma Palermo 1985,   p.108.
3 Notizie di esecuzione di quadri si ricavano da un documento datato 1764 conservato in ASEN, Notaio Francesco Planes, Vol. 1289.
4 Ettore Liborio Falautano, Castrogiovanni, Società Editrice del Dizionario Illustrato dei Comuni Italiani, Palermo 1909, p. 73.
5 Carmelo G. Severino, Enna, la Città al centro, Gangemi Editore, Roma 1996, p. 99.
6 ASEN, Notaio Francesco Planes, Vol. 1284, documento del 1760, carta 999, dove  i due artefici Carmelo e Pasquale Pisano di Piazza Armerina sono definiti “scultori” e Vito Mammana  è indicato come autore del disegno  progettuale.
7 ASEN, Notaio Manna Salvatore, anno 1818, Vol. 1057, carta 575
8 Carmelo G. Severino, Enna, la Città al centro, Gangemi Editore, Roma 1996, p. 99.  Il nome del “progettista di valore”  oggi ci è noto, balzato fuori dai documenti d’archivio rintracciati, ed è quello di Vito Mammana di Regalbuto. Gli “elementi architettonici parietali”  sono delle “paraste sporgenti”, come fa rilevare lo stesso Severino. La “parasta” è un elemento architettonico verticale con funzione strutturale, incluso, sporgendone leggermente, in una parete che funge da pilastro.  Ha una base e un capitello (in questo caso di stile corinzio) e data la sua funzione statica si differenzia dalla “lesena”, cui somiglia molto, perché questa è semplicemente addossata ad una parete ed  ha un esclusivo compito decorativo.
9 ASEN, Notaio Francesco Planes, Vol. 1285, doc. del 3-4-1761.
10 ASEN, Notaio Francesco Planes, Vol.1284, documento del 22-7-1760.
11Candura, Giuseppe, Storia di Sicilia. Enna Urbs Inexpugnabilis, Ed. Rotary Club Enna, Stampa  Arti Grafiche Siciliane, Palermo 1979, pp.147 e p. 149. Per notizie sulla nobildonna e su Ida Sartorio, la suora che fondò a Enna l’Istituto Canossiano, vedi Erminia Indelicato e Rocco Lombardo, Storie di don ne nella storia di Enna, La Moderna Edizioni, Enna 2016, pp.109-112 e pp.77-82.
12 Candura, Giuseppe, Storia di Sicilia. Enna Urbs Inexpugnabilis, Ed. Rotary Club Enna, Stampa  Arti Grafiche Siciliane, Palermo 1979, pp.148.
13 Gaetano Alloro-Eliseo Fonte, Monumenti sacri  in AA.VV., Henna tra storia ed arte, ILA Palma Palermo 1985, p. 108.
14 Riggio Scaduto, Salvatore, Canti della nostra terra. Raccolta di componimenti, detti e modi di dire popolari siciliani con appendice e glossario, Edizioni Lussografica, Caltanissetta 1991, III ed. aggiornata, p.80
15 Giuseppe Pitrè, Canti popolari siciliani, Vol. I, Ed. Il vespro, Palermo 1978.
16 Rocco Pirri, Sicilia sacra disquisitionibus et notitiis illustrata, 4 Voll., Palermo 1644-1647,  ristampata in 2 volumi  presso gli eredi di Pietro Coppola nel 1733 con le correzioni e aggiunte di Antonino Mongitore e Vito Maria Amico, consultata in edizione Arnaldo Forni, Sala Bolognese 1987, Vol. I,  p. 584.
17 Ettore Liborio Falautano, Castrogiovanni, Società Editrice del Dizionario Illustrato dei Comuni Italiani, Palermo 1909, p.68.
18 Dal sito www.prefettura.it/enna apprendiamo che “Il Fondo Edifici di Culto (F.E.C.) è un organo dello Stato con personalità giuridica, il cui legale rappresentante è il Ministro dell'Interno, che è coadiuvato da un Consiglio di Amministrazione. Il Fondo è amministrato dal Ministero dell'Interno per mezzo della Direzione Centrale per l'Amministrazione del Fondo Edifici di Culto e dalle Prefetture in sede periferica. La Prefettura, quindi, cura tutti gli aspetti tecnico-amministrativo-finanziari connessi con la gestione dei beni del F.E.C. presenti in provincia.
Il patrimonio del Fondo Edifici di Culto è costituito da beni di varia natura, ma principalmente da edifici sacri.
Il compito del Fondo è di conservare le chiese aperte al culto pubblico, affidandole in uso all'autorità religiosa, e di assicurare il restauro e la conservazione degli edifici stessi e delle opere d'arte in essi custodite.
Tali edifici, circa 700, sono dislocati su tutto il territorio nazionale e tra essi figurano abbazie, basiliche monumentali e chiese più o meno famose, tutte comunque pregevoli testimonianze delle esperienze culturali e artistiche succedutesi nel corso dei secoli in Italia.
Il patrimonio proviene dagli ordini religiosi disciolti dalla apposita legislazione di fine ‘800 (leggi c.d. "eversive").”
Per  “ leggi eversive”, ovvero di soppressione, si intendono in particolare le leggi riguardanti la liquidazione dell’Asse ecclesiastico emanate nel biennio 1866-1867: la n. 3036 del  7 luglio 1866 e la n. 3848 del 15 agosto 1867.
I Beni del F.E.C. della Provincia di Enna, ricadenti alcuni nella diocesi di Nicosia e altri nella Diocesi di Piazza Armerina, si trovano ad Aidone (2), Barrafranca (2), Cerami (2), Enna (5), Nicosia (2), Piazza Armerina (4), Pietraperzia (2), Regalbuto (2).
I cinque Beni del F.E.C esistenti a Enna e appartenenti alla Diocesi di Piazza Armerina sono: Chiesa del Carmine, Chiesa di San Domenico, Chiesa di San Francesco di Paola, Chiesa di San Marco e Chiesa di San Michele.
19 Giovanni Contino e Rita Mugavero, La Chiesa di san Michele ad Enna: studi di restauro e recupero funzionale, 1993-1994,Università degli Studi Palermo, Facoltà di Architettura, Cattedra di Restauro architettonico.
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