Letteratura Cerere - Il Campanile Enna

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Letteratura Cerere

I luoghi della memoria > Rocca di Cerere

Le feste di Cerere.
di  Pelasgo Matn Eer  - 1846

Come fu notte si vide dalla parte opposta del lago gente con fiaccole accese correre, sparpagliarsi, aggrupparsi come di chi va cercando, e si udiano di tratto in tratto delle voci disperate, e poi quelle fiaccole e quella gente s'internarono nella selva vicina da cui ne uscirono e presero la via scoscesa dell'aspro Enna che pareano gareggiare a chi potesse più correre. Da questa rozza liturgia ebbero principio i celebri misteri Eleusini simbolo della fraterna civiltà, che conosce la sua origine dall'agricoltura dall'attività e dal pane.

Allo spuntar del giorno io con molti Sciptari andammo al tempio di Cerere nella piccola città di Enna. Noi scontrammo per via turbe di donzelle coronate di spighe, e le nobili matrone e le figlie di esse teneao quelle spighe d'oro o di argento. Gli uomini recavano fasci di biade mature sotto il braccio e la falce risplendente al sole; i vecchi delle frutta in cestelli in dono alla Dea.

Il tempo della messe è il più felice per gli agricoltori siciliani ; essi si abbandonano ad indicibile allegrezza, sì adesso, come in quel remotissimo tempo, e solo ne può intendere la ragione chi ha durato le fatiche e le penurie di un anno per riceverne il compenso dalla terra in questa stagione.

Il tempio di Cerere qui,come negli altri luoghi, era fuori la città.
I Sacerdoti, e tutti i primati ne uscirono in processione con grandissimo ordine, con i quali mescolavansi uomini e donne di ogni grado: inoltre i Fanciulli e le fanciulle tutti vestiti di bianco e con ghirlande in testa andavano dietro all'immagine di Cerere dipinta in età di matrona e in abito non molto adorno, ma che piuttosto teneva al contadinesco. Avea in testa una corona di spighe, nella mano destra una zappa , in un braccio un cestellino pieno di seme. e nella sinistra una falce. Giunone, Dea delle nubi e della pioggia, a dritta; Apollo,che coi suoi raggi matura le biade,a manca. Tutti quei contadini che andavano in processione dicevano rozze ed anche disoneste parole secondo il costume osco , o osceno, per tenere allegra la Dea già malinconosa per la perdita della figlia ; e ritornati processionalmente nel tempio d'onde erano usciti , offrirono i loro sagrifizii cereali e cantarono l’ Inno a Cerere:

MIETITORI:
“Già cadono le messi sotto alla tagliente falce: a fasci i manipoli stanno accatastati per i campi. Il giovenco scorre per l'aja  e sotto il suo piede spiccia fuori il Frumento, che il ventilabro  scagliandolo al vento spoglia dalle paglie, e cade come pioggia i d'oro.”
Donne
“In questa stagione la terra dona tutto il suo tesoro, e noi fanciulle non temiamo il cocente raggio del sole a trasportarlo nelle i nostre case per abbondanza di tutto l'anno. Le campagne resteranno senza covoni, e le giovenche scenderanno muggendo per  le libere seccie verso le acque.”
SACERDOTI
“ Per le campagne scorrerà la face di Cerere accesa nell'Etna  ad ardere la stoppia. Poi c'indicherà la sua mistica figlia col  suo splendido disco i giorni della semina, e Plutone rapirà  nuovamente Proserpina , che ricca e feconda dei doni di suo  marito uscirà Diana su la terra a godere dei raggi del sole, per  discendere nuovamente negl'inferi suoi regni con perpetua vicenda; e siccome ritornano le generazioni, del pari ritornano i frumenti a nutrirli, ché i semi di tutte le cose sono eterni ed immutabili.”


I Riti di Cerere a Enna

“Tutti i sacerdoti e tutti magistrati andavano in processione  con grandissimo ordine; ed inoltre fanciulli e fanciulle tutti vestiti di bianco e con ghirlande in testa andavano dietro l’immagine di Cerere” (Fazzello)


Cicerone, Orazioni contro Verre

XLVIII.  È credenza antica, giudici, la quale si fondamenta sopra i libri e le memorie dei Greci le più remote, che tutta l’isola di Sicilia è sacra a Cerere e Libera; e tanto vi aggiustan fede le nazioni universe, tanto i Siciliani l’hanno accertatamente per ferma, che pare non nasca uomo che non l’abbia insita nel cuore e nell’animo. Si tiene aver tratto quelle dee di quivi intorno i loro natali, trovate da esse in quei terreni le prime biade, e Libera, detta altresì Proserpina, rapita in una foresta degli Ennesi; il quale sito per  essere al centro dell’isola è detto “Ombelico della Sicilia”. Anco più che volendo Cerere cercare la figlia, è voce che accese le sue fiaccole nelle fiamme che erompono dalla vetta dell’Etna, e con quelle davanti andasse cercando tutta quanta la terra.


Enna, dove si conta accadessero le cose di che io racconto, è un sito alto ed eminente con intorno uno spiano ed acque perenni; ma è attorniata di borri e di rupi che difendono di potervi da nessuna parte salire.
Vi è li vicino un lago, e molte selve, e lieti fiori in tutti i tempi dell’anno, così il luogo stesso ci dà la certezza, come  da piccoli abbiamo imparato, che qui quella vergine fosse rapita.
Certo li vicino c’è una spelonca, volta a tramontana, di grande profondità, dalla quale raccontano uscisse il padre Dite seduto sul carro, e, afferrata la vergine, rapidamente nei pressi di Siracusa sprofondasse sotto terra, dove si formò il lago, presso cui, ancora oggi, i Siracusani ogni anno festeggiano nei giorni dell’anniversario, con grande adunanza di uomini e donne.


Per questo i nostri padri, in un tempo difficile per la nostra Repubblica, quando fu assassinato Tiberio Gracco, e si manifestarono grandi pericoli, i Consoli Pubblio Mucio e Lucio Calpurnio vollero consultare i libri Sibillini per comprendere cosa fare, ed ivi si trovò che:” facea bisogno si apaciasse l’antichissima Cerere”. Allora, anche se nella nostra città si trovasse un tempio di Cerere arcibello e gremito di sfoggiatissimi adorni, pure si volle che sacerdoti del popolo Romano, di quelli che attenevano al collegio dei dieci, movessero ad Enna; perché si grande era il credito e l’antichità di quel culto, che andando quivi era quasi come andassero non già al tempio di Cerere, ma anzi a Cerere stessa.


Già mi torna alla memoria quel tempio, quel luogo, quella devozione; mi si para dinanzi agli occhi quel giorno che io essendo giunto ad Enna trovai pronti a farmi liete accoglienze i sacerdoti di Cerere con in capo loro mitre e corone; e quella radunata di popolo di cittadini, i quali da mentre che io favellava loro menavano si gran pianto e gemiti, che pareva tutta la città fosse scossa dal più triste lutto. Non dolevano essi la prepotente taglia delle decime, non il saccheggio di ogni loro avere, non gli iniqui giudici, non l’onta sfacciata, non le violenze, non i dilegi subiti, ma ben volevano che la divinità di Cerere, la sacralità antica, la devozione del tempio, tutto si espiasse con il supplizio di questo scelleratissimo ladro senza pudore e senza ritegno.
Era così aspro questo loro crepacuore, da far apparire che Verre fosse andato ad Enna a guisa d’altro Orco ed avesse portatone via non già Proserpina, ma rapita  Cerere stessa. Con ciò la stessa città di Enna non una città appare, ma piuttosto un tempio di Cerere, e gli ennesi tanto credono che ella dimori tra loro, che essi hanno vista non di essere cittadini  quella terra, ma tutti sacerdoti, tutti coabitatori e ministri di Cerere.
E tu avevi fronte così incallita di rubare in Enna il simulacro di Cerere? Tu t’attendasti in Enna levar  la statua della Vittoria dalla mano di quella e rubar una dea ad un’altra dea? Eppur non osarono mai disonorare veruna di si fatte cose, ne toccarne alcuna quegli stessi che sono più inchini al misfatto che non alla devozione; e tanto ciò è vero , che al tempo dei Consoli Publio Popilio e Publio Rupilio si rifugiarono presso quel sito servi e fuggitivi, barbari e nemici, ma quelli non furono tanto servi dei loro padroni quanto tu delle tue libidini; non essi tanto fuggitivi dai loro signori, quanto tu dal diritto e dalle leggi; non essi tanto barbari di linguaggio e di nazione, quanto tu carattere e costumi ; né tanto essi furono nemici agli uomini , quanto sei tu agli dei immortali. Ora qual favore e grazia può restar da attendere  da chi ha sopravvinto  a fine forza i servi nell’ignominia, i fuggitivi nella temerarietà, i barbari nella scelleratezza, nella crudeltà i nemici ?


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