Storia del Passo Signore - 3 - Il Campanile Enna

Vai ai contenuti

Menu principale:

Storia del Passo Signore - 3

Storia di Enna > Microstoria > Storia del Passo Signore

Breve  storia dei ragazzi
del quartiere PASSO SIGNORE
di Pino Vicari

3° parte  

La composizione sociale
del quartiere Passo Signore

La maggior parte delle famiglie del quartiere erano agricoltori, piccoli proprietari, mezzadri, fittavoli, braccianti agricoli, zolfatai; mentre i baroni, i marchesi e i cavalieri abitavano nei palazzi della parte centrale del paese. Nel quartiere svolgevano la loro attività molti artigiani e  un'altra numerosa categoria era  composta da  minatori nelle miniere di zolfo. Il ceto medio era formato da alcuni funzionari della Questura e dei Carabinieri, da alcuni professionisti come medici e avvocati, insegnanti e impiegati nei vari uffici statali e locali (comune e  provincia  )  e  per  ultimi  da  alcuni  impiegati  in organizzazioni fasciste giacché tutti i gerarchi ennesi abitavano nella zona centrale della città.
Le  poche  famiglie  occupate  in  uffici o associazione fasciste erano considerate famiglie per bene, stimate nel quartiere per la loro serietà e disponibilità: il signor Russo inteso “nuzzintino” impiegato in una associazione fascista, il signor Giunta impiegato alla milizia fascista, il signor Dongarrà impiegato all'ufficio di collocamento.
Il sabato si era obbligati a partecipare al “sabato fascista”.  
Era una sorta di manifestazione a cui partecipavano, rigorosamente in divisa, sia gli insegnanti (uomini e donne) che i giovani delle scolaresche; bisognava vestirsi in divisa secondo la propria età (balilla, avanguardista e milite).
Nel quartiere non si ebbero mai atti di arroganza da parte di quelli che passavano per fascisti, tant’è che a distanza di anni (circa 70) si può confermare che erano delle brave persone.
I gerarchi arroganti abitavano nella parte centrale della città con i figli di questi  “cosiddetti gerarchi”  del quartiere che, fraternamente, giocavano assieme agli altri ragazzi. Un’amicizia durata per tanti decenni, rispettata e gradita.
Nel quartiere vi abitavano: un commissario di Pubblica Sicurezza, il signor Mingrino, il cui figlio Antonio (giovane della nostra età) faceva parte del nostro gruppo giovanile; due marescialli dei carabinieri non ennesi, il maresciallo Sturiale e il maresciallo Palermo.
Uno dei figli del maresciallo Sturiale, si trasferì con la famiglia a Palermo e  laureatosi  in  Giurisprudenza  fece  carriera  nel  P.R.I.; mentre uno dei figli del maresciallo Palermo detto “Pino”, anche lui del gruppo dei giovani del quartiere, nel dopoguerra militò nei giovani comunisti  e fece parte di quei giovani comunisti che di notte stampigliarono la falce e martello dentro il cortile della Prefettura. Era il 1944 !
Un'altra famiglia molto nota era il brigadiere di Pubblica Sicurezza, il signor Cassarà, uno dei figli laureatosi in medicina divenne il medico di tutto il  quartiere; per la sua  professionalità e  umanità divenne un’icona nella professione.
Altre famiglie conosciutissime nel  quartiere  erano: la famiglia Barberi, il padre insegnante e i due figli maschi professionisti affermati  (uno laureatesi in ingegneria  meccanica a Torino e lì insediatosi e l'altro, Umberto, alto funzionario della Regione Siciliana svolse la  funzione di Capo Gabinetto di molti Assessori Regionali anche in virtù della sua grande professionalità) anche loro facevano parte  del  gruppo  dei  ragazzi  del  Passo  Signore; la  famiglia  del ragioniere Fazzi,  abitavano di fronte casa mia, dalla finestra si chiacchierava e ci scambiavamo saluti, era  composta  dal padre impiegato all'Istituto Infortuni, dalla moglie insegnante e da tre figli, Luigi detto (Gigi), Oreste e Tullio.
Oreste, laureatosi in  medicina svolse la  professione di medico nell'Esercito Italiano; Tullio, diplomatosi ragioniere, s’impiegò al Banco di Sicilia; tutti e tre erano parte attiva del gruppo del quartiere. Svolgevano l’attività di impresari edili alcune buone famiglie: la famiglia Pasqua, la famiglia Severino intesi “Germanà”, la famiglia Barbarino (benestante del quartiere).
I figli di queste famiglie mantenevano buoni rapporti con gli altri giovani del quartiere ma non erano interamente integrati nel gruppo perché alcuni erano di età superiore mentre altri erano più piccoli, inoltre vi era un inconveniente familiare poiché i manovali e muratori che lavoravano alle dipendenze di queste imprese spesse volte avevano problemi di carattere contrattuale con liti e vertenze.

Ecco come si svolgeva la vita sociale, comunitaria nel quartiere.
Nelle vie come nei vicoli, quasi tutte le donne erano casalinghe e dove non c’erano vincoli di parentela, si stabiliva il vincolo delle “Comari”; battesimi, cresime  e  lavaggio delle  cuffiette dei  neonati  battezzati, divenivano occasioni per stabilire nuove “comparanze" tra le famiglie. Questi legami  affettivi non  erano  da  meno  dai  legami parentali e duravano un’intera vita.
Il quartiere era più unito e la solidarietà una consuetudine permanente.
Dal 1930 al 1940, nella maggior parte delle abitazioni, ogni famiglia erigeva il proprio forno artigianale, in muratura, per fare “u pani di casa”.
La preparazione e la relativa cottura per tradizione avveniva ogni venerdì e per le donne del vicinato era l’occasione più opportuna per socializzare.
Per i bambini e le bambine era il momento delle “guastelle”, piccole forme di pane condite con olio e sale. Ogni venerdì un monaco francescano, dei frati minori conventuale, conosciutissimo da tutti, fra Benedetto, con a tracollo una bisaccia color marrone, girava il quartiere per raccogliere il pane fresco  dalle famiglie che avevano promesso per devozione a S. Francesco.
Il  pane  raccolto  serviva  al  sostentamento  degli  stessi  monaci  del Convento di Montesalvo e per i poveri del quartiere.
Settimana  dopo  settimana,  la  quantità  di  pane  che  ogni  famiglia doveva produrre, “sfurnari”, era regolata dal numero dei componenti la famiglia.
La mia famiglia era composta da sei persone: papà, mamma e quattro figli (tre maschi e una femmina), pertanto sei pani grandi servivano a mio padre per i sei giorni trascorsi in miniera e altro pane occorreva ai cinque che per ovvie ragioni rimanevamo in città.
Il pane veniva conservato in un grande canestro fatto di vimini e canne con coperchio e veniva collocato sotto il letto.
Perché sotto il letto?
Nelle abitazioni delle famiglie operaie i letti erano composti da due cavalletti di ferro chiamati ”trispi” e delle tavole apposite poste sopra i cavalletti; poi sopra le tavole veniva collocato un materasso imbottito di erba secca chiamata “crinu” che vendevano nelle botteghe; senza saperlo si dormiva su letti “ortopedici”.
I cavalletti erano cosi alti che i piccoli della famiglia dovevano salire su una sedia per coricarsi, lo spazio sotto il letto veniva utilizzato per sistemare casse, cassette e come precedentemente detto lo stesso canestro del pane. Erano poche le famiglie che si potevano permettere il lusso di avere i materassi pieni di lana di pecora, solo i ricchi e i pastori. Negli anni che vanno dal 1930 al 1940 vi furono due guerre: la guerra in Etiopia e la guerra di Spagna; nella prima l'Italia occupò l'Etiopia  per  proclamare  l'impero,  nella  guerra  di  Spagna  siamo andati a combattere per aiutare i fascisti contro il popolo che con una rivoluzione avevano proclamato la Repubblica.
La guerra di Etiopia durò sei mesi, parecchi padri di famiglia partirono volontari per andare a combattere e per lavorare.
La disoccupazione aveva creato tanti disagi nelle famiglie, arruolarsi volontari significava mandare a casa dei soldi che sarebbero serviti a mantenere la famiglia.
Noi giovani ascoltavamo i più grandi che, con molta fantasia, speravano che in Etiopia, paese di negri barbari e ignoranti ma pieno d’oro, tutti ci saremmo arricchiti; da allora tutte le sere si andava al gruppo rionale per ascoltare le notizie vittoriose delle nostre truppe che trasmettevano i bollettini di guerra.
Fu così che imparammo a conoscere i nomi dei vari “rais” e chi aveva il genitore in Etiopia si sentiva già ricco.
Molto più difficile, almeno per noi giovani, era capire ciò che stava succedendo in Spagna.
Sentivamo alla radio del gruppo rionale e dai più grandi, parlare di bolscevichi, di comunisti, che in Spagna fucilavano preti e suore, che bruciavano le chiese e che gli Italiani, volontariamente, erano andati ad aiutare il popolo spagnolo a liberarsi dai bolscevichi.
Questa era la propaganda diffusa alla radio, nelle scuole e nelle chiese. Per noi giovani, di dieci/undici anni, era un mondo nuovo che scoprivano, le adunate fasciste dei figli della lupa (cinque/sei anni), dei balilla (otto/dieci anni), degli avanguardisti (dieci/quattordici anni), dei premilitari (quindici/diciannove anni).
Il “sabato fascista” e le adunate erano l’occasione per una martellante propaganda: avevamo l'impero in Spagna, i bolscevichi erano stati sconfitti e il duce Mussolini era il nostro idolo, ma non capivamo perché i nostri genitori non erano tanto entusiasti come noi giovani. Nelle  famiglie  si  tribolava  perché  c’era  poco  lavoro  e  bisognava risparmiare su tutto.
Scarpe e vestiti, si rattoppavano e venivano passati dal più grande al più piccolo perché non era facile comprarne altri. Mio padre lavorava in miniera e la paga troppo bassa, per mantenere la famiglia, lo costringeva a lavorare anche di domenica. Le famiglie dei braccianti, dei manovali, dei terrazzieri, facevano veramente fatica a sbarcare il lunario e speravano nel sussidio che lo stato elargiva ai familiari dei combattenti d’Etiopia e di Spagna. Riguardo al famoso oro d'Etiopia, non arrivò mai in Italia. Per la Spagna partirono pochi volontari, più per amore della paga che per fede fascista e di quei pochi che avevano partecipato alla guerra in Spagna, di  ritorno e  se  mutilato, venne sistemato come usciere in qualche ufficio.
Come passavano il tempo i giovani e le ragazze in quegli anni ?
Nel secolo scorso fino alla fine degli anni trenta, ossia alla vigilia della seconda guerra mondiale (anni 1940/1945), la maggioranza dei giovani frequentavano le scuole in città e per i tanti giovani che con le proprie famiglie abitavano nelle campagne furono istituite le scuole rurali; nelle contrade o nel caseggiato di grossi feudi venivano aperte le scuole elementari e maestri o maestre stavano tutta la settimana nelle campagne, non essendo possibile raggiungere la scuola tutti i giorni per mancanza di mezzi.
La scuola raggiunse percentuale di frequenza notevole.
Ad Enna fino alla fine degli anni trenta vi era una sola macchina la possedeva il Marchese di Terresena e quelle poche volte che passava per la via Roma era considerato un avvenimento; tutta la gente a guardare e noi giovani a rincorrerlo dietro.
Questo avveniva perché, usualmente, la via Roma non veniva calpestata che da scarpe, fatta eccezione per qualche carretto e per i muli o gli asini che la sera rientravano con i loro carichi di legna dalla campagna, A quel tempo, i  giovani eravamo i veri padroni delle vie e dei vicoli. Con delle palle di gomma nella Via Roma disputavamo le partite di calcio, utilizzando le larghe banchine giocavamo alle nocciole “nuciddi”, ”alla“vazzica”, ai bottoni.
Si giocava ai bottoni perché erano facilmente reperibili, rubacchiandoli alla mamma o strappandoceli dalla giacchetta o dai pantaloni: vi lascio immaginare non appena eravamo di rientro a casa. Era un gioco tutto particolare.
Si giocava a guardie e  ladri; e a sera con le fionde andavamo a caccia di passerotti, qualche volta si sbagliava la mira e si rompeva pure qualche vetro delle finestre ed erano guai perché i proprietari quando se ne accorgevano andavano a reclamare dalle mamme e non solo bisognava pagare il vetro ma si “buscava” una buona dose di legnate.
La mattina si andava a scuola, la maggior parte delle aule erano in abitazioni private quasi sempre distanti della propria abitazione.
Nel periodo primaverile era facile raggiungere la scuola, ma in autunno o addirittura in inverno era un vero problema.
Dopo  la  seconda  guerra  mondiale  vennero  costruite  molte  scuole dotate  di  riscaldamenti  ma  prima  della  guerra  le  aule  scolastiche essendo la maggior parte ubicati nei privati erano sfornite anche di stufe a carbone e per riscaldarci, sotto i mantelli, ci portavamo da casa gli scaldini.  Enna era provvisto di un solo edificio scolastico S. Chiara in piazza Napoleone Colajanni.
Con i cambiamenti climatici ad Enna da circa mezzo secolo non nevica più come nel primo mezzo secolo del novecento.
La neve bloccava l’uscio di casa fino a metà porta e a volte anche più. Al mattino, per aprire un varco nelle scale e nelle vie, era necessario fare ricorso alle pale e dopo non poca fatica, finalmente, attraverso dei viottoli i padri raggiungevano il loro posto di lavoro e i bambini la propria scuola.
Nella via Roma il comune mobilitava i netturbini e con picconi e pale ammucchiavano la neve e pezzi di ghiaccio ai bordi della strada.
I mucchi di neve duravano settimane prima di sciogliersi.
Si andava a scuola con scarponi normali, con i piedi che in poco tempo erano bagnati; poi davanti alle scuole si svolgevano le battaglie con le palle di neve e qualche volta, di nascosto, ne tiravamo qualcuna anche alle maestre; ma non a tutte, perché alcune erano molto rigorose e per timore dei ceffoni venivano risparmiate.
Per noi ragazzi la neve era l’occasione dell’anno. Essendo la povertà componente familiare in tante case, praticavamo lo sci attraverso delle assi di legno sottratte a vecchie botti di vino o delle vecchie sedie e fabbricavamo le  slitte che usavamo nelle vie con maggiore pendenza. A via di passare sopra la neve con quelle slitte, nella zona “monte”, una zona collinare fuori città, si venivano a creare delle piste perfette per sciare con primitivi sci “fai da te”.
Appena si faceva buio, di rientro a casa, con le calze tutte bagnate e i piedi ghiacciati, l’unico pericolo rimaneva il ceffone del genitori.
I compiti da fare ci stavano aspettando sopra il tavolo già da ore e dopo esserci coperti con indumenti asciutti, ci sedevamo attorno al braciere per riscaldarci. In quegli anni non c’erano termosifoni nemmeno le stufe a gas e nell'80% delle famiglie essendo sforniti di energia elettrica non ci si poteva riscaldare con stufe elettriche, tutto si svolgeva attorno al braciere e lo scaldino alimentato dalla carbonella. La sera, specialmente nei mesi invernali, ci si riuniva nella casa di qualche vicino ed era il momento in cui ognuno raccontava le fiabe “i cunti” e noi giovani, con la bocca aperta, ascoltavamo.
Ci riscaldavamo attorno il braciere dove si mettevano a cuocere le olive nere e si mangiavano fette di pane abbrustolite, il tutto sotto la luce del lume a petrolio. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, la maggior  parte  delle  abitazioni  erano  sfornite  di  energia  elettrica; l’illuminazione avveniva attraverso lumi a petrolio o con lucerne ad olio e nelle famiglie degli zolfatai con un lume detto “acitilena”. L’acitilena era il lume dei minatori in miniera; era la miscela di acqua e roccia di carburo a provocare l’emissione di un gas che attraverso un beccuccio acceso emanava una luce che illuminava.
Nella via dove abitava la mia famiglia via Filonide (in memoria di un grande medico dell’epoca greca), traversa della via Roma, vi abitava una famiglia, marito e moglie senza figli, la cui casa era diventata il punto di riunione di buona parte dei vicini; il marito era un minatore che veniva in paese una volta alla settimana e la moglie per tutti noi ragazzi era “a zia nuzzenta” gentilissima e affettuosa con i ragazzi e le ragazze del vicinato: era una fonte inesauribile di racconti di cui noi giovani eravamo ansiosi di ascoltare.

Con l’avvento della televisione, i ragazzi di oggi, hanno difficoltà di scelta tra i cartoni animati, i computer o i cellulari, ma provate ad immaginare come si viveva allora: niente telefoni,  niente radio, nessuna tecnologia  moderna; l’unico passatempo illustrato era rappresentato da quei pochi giornaletti che riuscivamo a comprare in edicola come il corriere dei piccoli o l'ardimentoso o lo stesso topolino. Eravamo  abili attori  di una  scena comune rappresentata  in palcoscenici diversi come diverse erano le case di ogni ragazzo del quartiere del Passo Signore e ciascuno recitava alla propria mamma la medesima innocente bugia “che era finito il quaderno di scuola” e si rendeva necessario comprarne uno nuovo e con quei pochi soldi compravamo quel giornaletto che poi sarebbe passato di compagno in compagno avendo cura di non maltrattarli giacché dovevano durare per anni. Ancora oggi ne conservo gelosamente alcuni.
Un gruppo di ragazzi eravamo impegnati nella lettura di giornaletti, raccontini e romanzetti quali il Corsaro Nero, Ventimila Leghe sotto i Mari di Emilio Salgari e tanti altri; a questo gruppo si associarono altri due ragazzi nonostante non facessero parte del nostro quartiere. Erano figli di famiglie di ceto medio, conosciuti e stimati insegnanti (Lucchese  e  Buscemi). Luciano  Buscemi,  laureato  in  Ingegneria elettronica, si stabilì a Milano e si affermò nella società Filippis. Lucchese, laureatosi, si inserì nel settore bancario e fece carriera a Catania dove tuttora vive. Con entrambi ogni tanto ci sentiamo per telefono.

I Bambini
del Collegio delle Canossiane
(1946)


























una classe elementare del 1918






























scorci di vari quartieri di Enna
(foto L.Vulturo)

Le ragazze, frequentavano le scuole elementari  ma in poche continuavano  gli studi frequentando le  tre classi di Avviamento Professionale (le tre classi medie di oggi).
Finite le elementari, le ragazze, apprendevano dalle mamme i lavori della casa: lavare i panni nel recipiente di legno chiamato “pila”con acqua e sapone; stirare i panni asciutti; impastare il pane nell'apposito recipiente con acqua, farine e lievito; accendere e ardere il forno;  infornare il pane pronto per la cottura; sistemare  materassi, lenzuola, cuscini e coperte; pulire e scopare la casa; e dove vi erano bambini i più grandi sorvegliavano i più piccini, la mamma insegnava alle ragazze come cucire le toppe e i bottoni ai vestiti, cucinare e tante altre cose che variavano a seconda del mestiere del capo famiglia. Le ragazze “lagnuse”, cioè che non sapevano o non volevano fare le faccende di casa, avevano difficoltà a sposarsi, le famiglie avevano grossi problemi per concludere i matrimoni.
Il paese era pieno di sarte casalinghe, alcune di queste cucivano solo vestiti da uomo o da donna, ma le sartorie più affollate erano quelle che cucivano vestiti da donne; nonostante vi erano sartorie per uomini frequentate da ragazze e da ragazzi.
Per le ragazze, frequentare la bottega della sartoria, era un mezzo per imparare un mestiere, per uscire dalle mura domestiche, per conoscere altre ragazze, per cogliere l’occasione di conoscere qualche ragazzo e magari il fidanzatino.
Anche per noi giovani vi erano più occasioni per conoscere nuove ragazze tra chi frequentava le sartorie casalinghe, chi partecipava alle feste parrocchiale o alle novene di Natale e perfino durante la messa serale di Pasqua, occasione particolare, poiché per la grande presenza di gente e per i forti spintoni, durante le omelie dei grandi predicatori venuti  per  la  Notte  Santa,  era  motivo  per  avvicinarsi  a  qualche ragazza e questo diventava motivo di felicità.
Ritornando alla via Filonide, in fondo alla strada composta da tanti scalini, vi era un piccolo spiazzale che la sera veniva illuminato da una lampada comunale sorretta da un braccio di ferro; in quella piccola piazzetta vi abitavano una vecchia madre con due sorelle (una vedova con figli e l'altra nubile).
Queste due sorelle gestivano una piccola sartoria familiare: una delle sorelle, zia LILLA, cuciva per l’uomo; l'altra, zia VINCENZINA (la nubile), cuciva per la donna.
La loro abitazione era attaccata alla nostra tanto che avevamo in comune un piccolo terrazzino che durante i mesi caldi si riempiva di sedie  e  sfruttando l’ombra  del  pomeriggio su  ciascuna  sedia  ogni donna cuciva qualcosa; la  notte, poi,  con  i  materassi per  terra si dormiva sotto le stelle.
Ricordo che  con  la  loro presenza, per tanti anni, la  piazzetta era animata dalle loro chiacchiere e dai loro continui scherzi.
In quella sartoria casalinga quasi tutte le famiglie del vicinato eravamo loro clienti, per noi giovani era la occasione per conoscere tante ragazze, la cui amicizia durò nel tempo anche da sposati.
Il nostro era un quartiere omogeneo, noi giovani eravamo molto legati sia nei vari giochi che nella solidarietà, alcune famiglie (esercitavano il mestiere di agricoltori) Nicoletti, Bodenza, Pavone, Pennadoro.
In estate, con i muli trasportavano la paglia dalla campagna alla città per la provvista degli stessi animali nei mesi invernali.
Il suddetto mangime veniva raccolto e sistemato in locali a fianco alle stalle e noi ragazzi venivamo chiamati a dare una mano giocando cioè a saltare sopra la paglia per comprimerla in modo da immagazzinare più foraggio possibile.
Poi, nel periodo di natale, in alcune famiglie era tradizione giocare a tombola o a carte, anche questa era l’occasione giusta per conoscere in nuove ragazze; una delle famiglie dove si attingevano più conoscenze era la famiglia Di Stefano che abitava in Via Passo Signore vicino la fabbrica di ghiaccio.
La famiglia era composta dal padre a cui mancava un occhio e che faceva il cantoniere statale ottenuto perché invalido di guerra, dalla madre che era una signora molto gentile, dal figlio Francesco a cui mi legai  con  un  rapporto  di  comparanza e  da  allora  ci  chiamavamo “CUMPARI” e dalle figlie, tre belle ragazze.
I giovani, circa una trentina, eravamo divisi in gruppi: vi era il gruppo degli Scalatori cioè quelli che andavano attrezzati di corde per scalare la parte rocciosa delle pendici di Enna (zona Spirito Santo e le grotte di Papardura); il  gruppo con la  passione del calcio capeggiato da Salvatore Pagaria era l'unico che comprava il giornale “IL CALCIO ILLUSTRATO”, le partite e i gol venivano illustrate come fumetti; faceva parte di questo gruppo un altro mio COMPARE, Arturo Cammarata, che da adulto giocò da attaccante in parecchie squadre di calcio e una volta diplomato ragioniere lavorò al Comune di Enna Fino al pensionamento; un gruppo numeroso erano assidui a frequentare l'oratorio della parrocchia per le lezioni di catechismo, per i  vari e piacevoli giochi che si svolgevano, ma principalmente perché era frequentato da parecchie ragazze con cui incominciavamo a fare i primi approcci.
Con  l’avvicinarci dell'estate e  la  chiusura  delle  scuole  giungeva  il periodo della grande mobilitazione dei giovani del quartiere perché ci si preparava alla GUERRA.
Durante il periodo invernale si dichiarava la GUERRA ad uno dei quartieri con cui tradizionalmente eravamo ostili: il quartiere Judeca oppure il quartiere “do Pupulu” l’attuale Via Vittorio Emanuele e la Colombaia. Ci si organizzava concordando le alleanze.
Il quartiere più vicino era il quartiere FONDRISI, nostro naturale alleato, con cui si preparava il “campo trincerato”: una vecchia cava di roccia abbandonata vicino la chiesetta dello Spirito Santo, zona lontana da caseggiati, in mezzo al bosco ed isolato, si preparavano le fionde, i manganelli, le trincee e i ciottoli che andavamo a raccogliere nei cantieri dei muratori o nella sabbia di fiume perché belli rotondi.
Come avvenivano e come erano strutturate le “guerre”?
Nel periodo estivo si organizzavano tutti i preparativi per la “guerra”. Il giorno stabilito dovevano venire quelli del quartiere della Judeca, attrezzati di fionde, bastoni e cordicelle … tutti noi ci preparavamo con iniziative Tattiche e Strategiche; sapevamo solo che bisognava nascondere alcuni tra gli alberi per l’imboscata con presa alle spalle, altri del gruppo esperti nel tirare le pietre con la fionde si piazzavano su di una collinetta per “bombardare” le truppe nemiche.
Queste manovre che erano a conoscenza dagli avversari per averle praticate in altre guerre, non sempre avevano buon esito poiché c’era sempre qualcuno più grande che essendo più smaliziato riusciva a fare fallire l’agguato.
Chi come me aveva letto i “Ragazzi della Via Pal” cercava di imitarne le imprese e le scaltrezze.
Lo scontro avveniva con lancio di pietre a distanza e in quel caso si mettevano in  evidenza i  tiratori  con  la  fionda  “fileccia” e  l’unico riparo erano dei piccoli scudi fabbricati con cartone spesso o compensato e dei berretti di cartone, cappelli o “coppole” vecchie. L’esperto che si occupava di modificare o creare scudi e berretti era esclusivamente Gigi Fazzi, esperto in materia di scudi.
Intanto, pian piano, ci si avvicinava e si preparavano quelli con  i bastoni, era tutto un movimento tattico che consentiva di spostare avanti e indietro i guerrieri.
Chi era stato più rapido nel piazzarsi in posizione più elevata era favorito. La difficoltà maggiore ricadeva  su quelli  che  dovevano “attaccare” alla fine della sassaiola, perché oltre ad essere colpiti dalle pietre erano soggetti a prendere anche colpi di bastone.
Lo scontro durava tutto un pomeriggio e per evitare grossi problemi si usavano piccole pietre.
Non pochi erano i  feriti perché colpiti  da  pietre o  da  bastoni (  e proprio io in una di queste “battaglie” fui colpito da una pietra vicino all'occhio destro e fui costretto a riparare in Ospedale rispondendo alla domanda del medico con la medesima e solita risposta “mi è arrivata una pietra e non so chi l’abbia tirata”).
La  dichiarazione valeva anche per  i  genitori perché qualche  testa rotta, fortunatamente, senza grandi conseguenze qualcuno a casa la riportava.
Perdeva la “guerra” chi abbandonava il campo di battaglia. Chiaramente la “guerra” non aveva come suo fine la rottura delle teste o storpiare l’avversario ma di mettere in fuga il nemico.
Occorre precisare che i ragazzi dei quartieri avevamo dieci o dodici anni e già a quell’età ci consultavamo nel preparare la strategia della “guerra”,  anche  per  questo  non  era  facile  averla  vinta  sul  Passo Signore, tenuto conto che avevamo il vantaggio del terreno.
Tra i quartieri, la notizia di chi aveva vinto si diffondeva immediatamente e il quartiere vincente festeggiava la vittoria e per parecchi mesi era oggetto di discussioni; il nostro era un quartiere che si faceva rispettare.
La parte perdente preparava la rivincita e il successivo scontro non sempre finiva come il primo.
A volte si concludeva con un pareggio poiché nessuno dei due cedeva
all’altro.
Perché i due quartieri della Judeca e del “Pupulu” erano nostri nemici ? Il quartiere Judeca era il vecchio ghetto ebraico di Enna, per noi Judeca significava i giudei che avevano crocifisso Gesù Cristo e cosi ci insegnavano al catechismo perciò andavano combattuti.
Il quartiere del “Pupulu”era il quartiere dove era ubicata l’unica casa di tolleranza di Enna; sentivamo dire ai più grandi che in quel quartiere una porta si ed una porta no era abitata da “buttane” e noi ragazzi glielo dicevamo in faccia ai ragazzi di quel quartiere,  ecco che l’odio e la rissa prendevano il sopravvento.
Le dichiarazioni di guerra venivano notificate con messaggeri e si stabiliva il posto dello scontro: per i ragazzi della Judeca era sempre la zona del prato e del bosco vicino il convento di Montesalvo, la cava e il bosco vicino la chiesetta dello Spirito Santo; per quelli “do Pupulu”ci alternavamo una, volta nella zona nostra e una volta nella zona  della  Colombaia, vecchio  monastero  (trasformato  durante  la prima guerra mondiale 1915/18 in deposito militare) si adattava allo scontro essendo negli anni trenta zona boschiva.
Fino al 1960 la zona di Piazza Europa compreso lo stadio era tutta prato, vi cresceva solo erba, e veniva usato per la fiera di bestiame nei mesi di Maggio e Settembre.
Il Convento Francescano di Montesalvo comprendeva una selva recintata  di  alcuni  ettari  di  terreno  con  viali, alberi  di  cipressi secolari, di querce, ginestre e molte delle grotte della selva erano i nostri divertimenti preferiti.
Esplorarle era una prova di coraggio perché si diceva essere pieni di fantasmi “spiriti”e spesso accadeva che i frati francescani, per intimorirci a non ritornarvi, ci inseguivano coi bastoni.
Infine c’era la zona denominata dello Spirito Santo con un enorme bosco dell'Azienda Forestale.
Dal 1960 in poi tutte quelle zone boschive, i prati, la selva dei francescani, furono abbattute e muri di cemento si innalzarono per far posto ai palazzi tuttora esistenti.
Oggi, non c’è più un metro quadrato di vero prato o di bosco.
Durante la settimana quei prati e quei boschi erano affollati di giovani e  di  ragazzi  che  giocavano e  la  domenica  mattina  si  popolava  di persone adulte.
Abitava, nell'ultima casa a sinistra alla fine della Via IV Novembre, una famiglia che si chiamava RIZZO (la via attuale che va verso il quartiere Fundrisi porta il loro nome Via Portella Rizzo), tutte le Domeniche, noleggiava BOCCE e CARRINI a coloro che volevano distrarsi e divertirsi.
Era uno svago per minatori, muratori, manovali, artigiani e contadini; era l’unico passatempo di quegli anni.
La signora Rizzo fece non pochi soldi con l'affitto delle bocce e dei carrini, ma il  tutto ebbe fine con lo scoppio della seconda guerra mondiale.
La mattina, al Monte, a prendere aria e farsi la partita a bocce o ai carrini e il pomeriggio, la maggioranza nelle taverne (Enna ne era piena) e la minoranza al cinema.
Tutti sanno cosa è il gioco delle BOCCE, ma nessuno conosce il gioco dei CARRINI. Il CARLINO era una moneta d’oro e d’argento in corso nel Regno delle due Sicilie, era una moneta dei Borboni.
In siciliano diventò Carrino: il gioco si svolgeva tra quattro o due persone.
I Carrini erano pezzi di ferro rotondi del diametro di 10 centimetri e dello spessore di 2 centimetri, si usava un pezzo di tubo in uso per le condotte d'acqua oppure un pezzo di ferro rotondo del diametri di 3 centimetri della  lunghezza di  10  centimetri si  metteva in  piedi,  si mettevano i soldi sopra, il CANNIDDU, da 4 soldi a mezza lira, e da una distanza stabilita si lanciava il carrino, a chi colpiva il canniddu e i soldi cadevano vicino si prendeva tutti i soldi ma se i soldi si sparpagliavano a turno si tirava il carrino e chi era più vicino ai soldi se li prendeva come in tutti i  giochi non mancavano quelli che si giocavano la paga della settimana.
Nelle domeniche di bella giornata la zona era affollata di gente che si divertiva a giocare e a noi ragazzi non ci rimaneva altro che guardare. Anche quello era un divertimento e mentre alcuni gridavano e altri bestemmiavano, altri ancora litigavano; era uno spasso.
Il pomeriggio chi possedeva mezza lira andava al cinema S. Marco a vedere i  film Western di Tom Mix, altri alla taverna con il genitore o in chiesa ad ascoltare le novene, chi aveva il vizio delle carte si recava nei numerosi caffè dove era consueto giocare a carte.
Il bigliettaio del cinema S. Marco era un nano, Mario Alessandra, ed era coadiuvato da un altro fratello Daniele, anche lui nano, alcuni ragazzi avevano scoperto che con una scatola di conserva grattandola sul muro vicino l'ingresso, emettendo un suono sgradevole, irritava la coppia dei fratelli disturbandoli e pur di farli smettere si guadagnavano l'ingresso gratuito al cinema. Il proprietario scoperto il trucco piazzò all'ingresso un robusto portiere a staccare biglietti.

vai alla 4a parte


Torna ai contenuti | Torna al menu