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Vita di sant'Elia

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post pubblicato il 13/10/2016, testo da "L'agiografia bizantina di Sicilia: la vita di Sant'Elia di Enna" relazione di Padre Alessio e Roberto Raciti, editing F.Emma.
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Vita di S. Elia di Enna
La vita di questo santo monaco vissuto tra il 823 ed il 903 d.C ci viene tramandata da due manoscritti greci, uno custodito presso la Biblioteca Universitaria di Messina e l’altro presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Scritti dopo l'anno 1300,  questi due volumi a loro volta sono copie di un precedente manoscritto ormai andato perso compilato verso il X secolo. Giuseppe Rossi Taibbi nel 1962 ha trascritto e tradotto dal greco il testo in italiano e lo ha pubblicato sotto il titolo: "Vita di Sant’Elia il Giovane" per l'"Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici".
Il Convegno del 27 e 28 settembre 2016: "La figura monastica, la spiritualità bizantina e la grandiosa opera di Elia di Enna nella tradizione siciliana e calabrese" ha avuto inizio con la biografia del santo, nato ad Enna nell'823, raccontata nella relazione "L'agiografia bizantina di Sicilia: la vita di sant'Elia di Enna", da Padre Alessio, Archimandita del sacro Eremo della Candelora (Santa Lucia del Mela, Messina), e da Roberto Raciti, studioso e cultore di Sant'Elia.
Qui di seguito viene estrapolata dalla relazione il sunto della vita di Sant'Elia.
In corsivo le citazioni dal suddetto libro del Taibbi, le immagini provengono dal manoscritto "Madrid Skylitses", un codice del XII secolo proveniente dalla Sicilia, conservato presso la Biblioteca di Madrid, che illustra alcuni epoisodi della vita di Elia nel contesto della storia del tempo.
Padre Alessio
Roberto Raciti
Il santo, conosciuto con vari appellativi: Sant’Elia di Enna, il Giovane, il Nuovo, il siculo, nacque ad Enna intorno all’anno 823
Questo santissimo uomo e padre nostro Elia, cittadino del cielo,…il perfetto modello dei monaci….l'angelo terreno e l'uomo celeste, era siciliano di stirpe, originario dalla città denominata Enna1, e figlio di genitori illustri e pii, discendenti da nobile famiglia, i Rachiti2. La madre, quando nacque3, lo chiamò Giovanni, affinché anche in questo fosse manifesto che, come egli aveva avuto lo stesso nome del precursore Battista ed era stato degnato della medesima sua grandissima grazia fin dal seno materno4, allo stesso modo avrebbe percorso la stessa via di Elia Tesbite e avrebbe goduto della medesima sua grazia.
I suoi genitori si trasferirono nel castello di “Santa Maria”, intorno all’anno 828, (identificata da Paolo Vetri con il luogo dove adesso sorge la Chiesa del Carmine ad Enna insieme alla sua torre campanaria, detta di ”Sant’Elia”), rallegrandosi per il dono della profezia del figlio che nel frattempo aveva compiuto otto anni.
Quando la menzionata città di Enna stava per essere devastata dai Saraceni di Cartagine5, i suoi genitori lo presero con sé insieme a pochi dei loro beni e raggiunsero il castello di Santa Maria6. Mentre colà vivevano e già il fanciullo aveva compiuto otto anni, erano contenti per quella tregua dai loro mali e per i progressi del figlio verso Dio; il Signore infatti gli manifestava il compimento degli avvenimenti futuri e gli concedeva la grazia di vedere i fatti da lontano, come anticamente l'aveva concessa a Samuele7…..                 

In seguito Giovanni ebbe una visione che preannunciava la sua schiavitù in Africa:
Questi, una volta, mentre di notte dormiva, ebbe una apparizione divina che gli diceva: “Giovanni, occorre che tu raggiunga l'Africa da prigioniero e che vi sia servo, e molti di coloro che sono vacillanti nella fede in quella terra tu conduca alla verità”. Dopo avere esposto questa predizione ai genitori, egli rimaneva in attesa, senza che essi gli permettessero affatto di uscire dalla città, neppure per breve tratto.
Quando ebbe dodici anni, cominciò a prolungare le sue preghiere meditando la Scrittura. Predisse inoltre un secondo assalto ad opera dei Musulmani ed una strage di cittadini:
“….Illuminato dunque dallo Spirito, l'inspirato fanciullo cominciò a predire gli avvenimenti futuri di quel paese; affermava infatti che dopo tre giorni i nemici avrebbero assalito gli abitanti di quel luogo [Enna] e avrebbero compiuto una strage di molti cittadini, dicendo i nomi di coloro che dovevano essere uccisi. Tutto il popolo allora si radunò presso di lui volendo udire la sua parola, ed egli apriva la bocca dal divino afflato e li esortava a pentirsi, a tenersi lontano dalle cattive azioni, a perseguire vita virtuosa, carità incondizionata e, come dice l'Apostolo8, la santità, senza la quale nessuno vedrà il Signore…”
I Saraceni attendevano l’occasione per un ennesimo attacco intorno all’anno 837 d.C., Giovanni ne fu consapevole ed ammonì il popolo, ma ecco che:
“…I suoi genitori partiti per un certo paese, quegli rimaneva solo nella casa. Un giorno andarono a trovarlo alcuni suoi coetanei e lo forzarono ad uscire fuori dalla città insieme a loro per breve tempo. Partiti e allontanatisi di molto, improvvisamente gli piombarono addosso i Saraceni e tutti li catturarono. E fu preso insieme agli altri anche questo fanciullo di Dio e veniva trascinato a forza sulla nave e continuamente piangeva, ricordando il discorso a lui rivolto dalla potenza divina, cioè che egli avrebbe dovuto essere condotto prigioniero in Africa.”

Una apparizione sulla nave lo rincuorò preannunciando la sua liberazione e ritorno alla famiglia:
“La stessa apparizione si mostrava anche a quelli che della nave avevano il comando, dicendo: “Ritornate indietro celermente e liberate questo fanciullo, poiché egli è servo di Dio; in caso contrario, vi consegnerete oggi nelle mani dei soldati romani”. Quelli tuttavia, come se irridessero alla apparizione e alle parole profferite…. proseguivano la navigazione.”

Una nave bizantina mossa da Siracusa raggiunse la nave e liberò i prigionieri. Giovanni rimase per tre anni dal 837 al 839 presso la famiglia, e morto il padre una nuova apparizione rinnovava di compiere la missione in Africa. Intorno all’anno 839 avvenne un'altra incursione ancora più grave. Giovanni che si trovava lontano dal castello fu catturato e venduto ad un mercante di schiavi il quale lo vendette ad un ricco conciatore cristiano in Africa. Costui notate le capacità di Giovanni lo pose al governo della casa. Tuttavia la moglie del padrone, presa da malizia, continuamente lo tentava fino a calunniarlo vista la resistenza del santo alle sue lusinghe:
“Hai condotto qua questo giovane siciliano per schernirmi9? Ché egli osava invitarmi ad una indegna azione. Io però serrai le orecchie e volsi altrove lo sguardo, poiché cara è la verecondia alle donne oneste e caste. In verità rimasi sbigottita, come è naturale, per la sua straordinaria audacia e avrei voluto colpirlo a sferzate, ma, paventando la fuga del cattivo servo, fui costretta a soffocare l'onta dell'oltraggio arrecatomi, raffrenando la lingua nel silenzio. Ormai dunque hai udito e fa' quel che occorre, perché non è da marito legittimo nascondere tacendo le offese alla propria moglie”.

Creduto colpevole e sottoposto a torture, viene infine riconosciuto innocente dal padrone, scoperta la moglie in flagrante adulterio con un amante. In cambio Giovanni riceve libertà potendo muoversi dove preferiva. Mentre meditava di recarsi in Palestina per diventare monaco un apparizione gli conferisce il potere taumaturgico:
“Due uomini, un Cristiano e un Ismaelita, contendevano fra loro, e il Cristiano dette di piglio ad una mazza e ruppe la testa a questo Ismaelita. I familiari del colpito l'uno afferrarono e legarono, l'altro distesero su una barella agonizzante, ed entrambi condussero innanzi all'emiro10. Questi, stupito per la faccenda insolita, comandò che il Saraceno, ormai in attesa della morte, fosse trasportato a casa e il Cristiano fosse decapitato. Il mirabile uomo venne a conoscenza dell'accaduto, celermente si reca dal colpito e, stringendo la sua testa con le due mani e occultamente segnandolo colla croce, lo ristabilì sano, così che quegli subito poté levarsi e andare dall’emiro e annunziare al popolo il miracolo. L'emiro, ciò avendo veduto e mutato lo sdegno in ammirazione….prosciolse il responsabile e concesse che il santo liberamente tale sua opera svolgesse.”

Seguirono altre miracolose guarigioni e conversioni di Saraceni che venivano battezzati dai sacerdoti del luogo guidati dal vescovo Pantoleone, segno di una gerarchia cristiana ancora attiva e presente. I continui insegnamenti ed opere vengono presi come una minaccia dai capi degli arabi. Giovanni viene accusato dinanzi l’emiro di introdurre una “nuova religione”:
“Compiendosi dunque, come è stato detto, questi miracoli ad opera del santo e il suo insegnamento diffondendosi per tutta la regione, i capi degli Ismaeliti lo accusano dinanzi al Principe dei Credenti, dicendo che voleva introdurre una nuova religione, che insegnava del figlio di Maria, insieme ad un certo Spirito consustanziale e coeterno di Dio, e che disprezzava il Profeta e sdegnava le sue profezie….”

Viene condannato a morte ma liberato il giorno seguente da un intervento miracoloso. Successivamente preso commiato si reca presso Gerusalemme. E’ possibile ipotizzare, dall’analisi del testo che il santo abbia trascorso quasi un quarantennio della sua vita nell’Africa Aglabita dal 839 circa al 878 d.C.

Nell’aprile 878 il santo giunge a Gerusalemme, incontra il patriarca Elia III che lo veste del sacro abito dei monaci cambiandogli il nome in Elia. Il santo viaggia nella Palestina visitando i sacri luoghi e poi trascorre tre anni nel monastero del monte Sinai perfezionando le virtù monastiche.
Raggiunta Alessandria d’Egitto prega nei templi di S. Marco, Pietro, Mena, Ciro e Giovanni ma infastidito dagli onori si diresse verso la Persia per poi mutare tragitto e raggiungere Antiochia di Siria a causa di una sollevazione nella Persia, probabilmente la sollevazione Zang dal 877 al 883. Una nuova apparizione gli indica il monte sul quale edificare un monastero in patria. Elia intraprende il viaggio verso l’Ifriqiya, si imbatte in alcuni saraceni che converte esponendo la superiorità della religione cristiana.

Sbarca in Sicilia e ritrova l’anziana madre a Palermo, si dirige poi verso Reggio Calabria. Nella città Elia predice la vittoria dell’armata bizantina (avvenuta nelle acque di Milazzo nell’agosto del 880) guidata dall’ammiraglio Basilio Nasar con una flotta di quarantacinque navi contro la spedizione navale dell’emiro e rassicura la popolazione che avrebbe voluto fuggire nell’interno.
Il santo si reca a Taormina ed accoglie un giovane discepolo di nobile famiglia che sarà chiamato Daniele. Avvertito per rivelazione di un imminente attacco si imbarca con Daniele alla volta del Peloponnesso. Mentre dimorano nei dintorni di sparta presso il tempio di San Cosma e Damiano, Elia guariva i malati…
“Una volta poi, sopravvenuta la notte, poiché sia Elia che Daniele avevano terminato le abituali preghiere, ciascuno per suo conto, come erano soliti fare, se ne andò a dormire. Vi era vicino al tempio un antro profondo e tenebroso, nel quale Daniele entrava e rimaneva tutta la notte a pregare. I diavoli non lo sopportarono, poiché erano annidati nei recessi dell'antro, e gli piombarono addosso improvvisamente e fra le violente percosse lo trascinarono fuori, lasciandolo semivivo. Il divino Elia all'alba lo cercava e lo trovò che giaceva davanti alla caverna e gemeva. Appreso da lui l'accaduto, gli diceva: “Non stupirti, o figlio. Ché non sei stato soltanto tu a soffrire questo male, ma anche altri, il maestro e guida dei monaci [Sant’Antonio]11

In quel periodo avvengono gli avvenimenti che il santo predisse per Taormina nell’estate del 881. Passati Sparta i due monaci raggiungono Butrinto :
“Di là partiti i santi padri, navigarono alla volta di Butroto, che è città portuale dell'Epiro Vetus. Si trovava colà in quel tempo colui che occupava la carica inferiore allo stratego, uomo scellerato, superbo e tracotante. Questi, vedendo i santi padri e non comprendendo la grazia dello Spirito che albergava in loro ….usò di conseguenza parole aspre nei loro riguardi, chiamandoli empi Agareni e spie delle città. Essi, prostrandosi, supplicavano che non avesse tali sospetti verso monaci stranieri. L'uomo fu anche invitato dallo stratego, cui era noto il beato Elia, a ricredersi, ma non si convinse, né depose l'ira, anzi con animo arrogante e superbo ordinò che essi fossero gettati nella prigione, fossero saldamente custoditi e l’indomani, poiché ormai era sera, fossero puniti come facinorosi….”
“E che dunque? Forse Iddio indugiò a fare le vendette dei suoi servitori? Certamente no, ma l'indomani quell'iniquo giudice fu colpito al petto dal suo cavallo e subito morì. Il popolo, conosciuta la pronta vendetta dei santi uomini, elevò inni di ringraziamento a Dio, salvatore e signore di tutti.”

I due santi uomini decisero di recarsi in pellegrinaggio a Roma, ma non potendo riuscire nell’intento soggiornarono prima a Corfù nell’episcopio, sbarcarono dunque a Reggio e si recarono nel luogo detto “Saline” nel quale Elia fondò il monastero, secondo la rivelazione avuta ad Antiochia, siamo nell’anno 884 circa.
“Da soli Elia e Daniele vi coltivarono il divino paradiso delle virtù e in molti stimolarono consimile ardore e per molti furono via di salvezza, volgendoli dal vizio alla virtù…..Per questo appunto il Signore dava ai suoi discepoli questi ammaestramenti dicendo: “La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, diano gloria al Padre vostro che è nei cieli”12.”
Elia nel monastero esercitò le virtù di medico delle anime, di profeta e di taumaturgo. Era affabile, piacevole nel conversare, umile nelle umane relazioni, e soggiogava la carne col digiuno e la preghiera.
“Gli si presentò la necessità di trovarsi dalle parti di Pentadattilo13 e passava dallo stagno che è da quelle parti, insieme al discepolo Daniele, che, andandogli vicino, mostrava al maestro il salterio molto grazioso ed esatto, che diceva essersi procurato da sé medesimo. Quegli a lui rivolto disse: “Va' a gettarlo nello stagno”. Il beato Daniele non conosceva disubbidienza e dà compimento all'ordine del maestro. Percorsero poi sei miglia, e il divino Elia disse a Daniele: “Ritorna indietro, figlio, e riprendi il salterio”. Allora Daniele ritornò indietro e lo trovò per nulla danneggiato dall'acqua. Raggiunto quindi il santo, gli mostrava di nuovo il salterio, meravigliandosi come fosse rimasto intatto. Quel grande gli disse: “Il salterio, o figlio, la tua ubbidienza conservò indenne”

Dopo il ritorno al monastero, si trovarono vicino al tempio dedicato a san Panteleemone, ed in quel luogo apparvero i santi Pietro e Paolo che lo invitarono a partire subito per Roma con il discepolo Daniele, siamo intorno all’anno 885:
“Al canto del gallo prendeva con sé il discepolo, si imbarcava e partiva per Roma. Giunto a Roma, avendo dato compimento al voto, non godette da parte del vescovo di onori comuni. Era questi il mirabile Stefano14, che allora reggeva il timone della Chiesa Romana e la sua vita accordava alla dignità del magistero sacerdotale.”
Mentre erano a Roma, Elia comunica a Daniele la morte del padre Giona, nonostante l’enorme distanza da Taormina. Tornati presso il monastero delle Saline la notizia viene confermata da alcuni viaggiatori.
Un giorno mentre Elia era a Reggio assistendo alla liturgia mattutina predice a Demetrio, superiore dei sacerdoti che sarebbe diventato vescovo. Così infatti avviene intorno all’anno 887 quando incontrandosi col patriarca di Costantinopoli viene eletto vescovo di Corfù succedendo a Pacomio.

Intorno all’autunno dell’anno 888 Elia predice l’assalto di Reggio da parte degli Agareni e lasciato il monastero naviga verso Patrasso. Ritornato al monastero dopo la partenza dei nemici si rifugia a Mesiano, (provincia di Catanzaro) insieme al discepolo Daniele per sfuggire ai fastidi della fama che impedivano loro di vivere in pace e preghiera. Questo avviene tra l’anno 889 al 899. La premonizione di un incursione nemica in quei luoghi sprona il santo a fare ritorno verso le Saline dove predice la morte della propria madre, avvenimento confermato da alcuni viaggiatori giunti da Palermo. Guarì dall’artrite un certo Costantino di Scilla, ma questi caduto in vizi peggiori morì miseramente.
L’attacco a Reggio da parte di “Bulambes” cioè Abu-al-Abbas figlio di Ibrahim viene predetta dal santo, avvenuta il 10 giugno 901 ed egli si adoperò perché gli abitanti ottenessero il perdono di Dio evitando la catastrofe. Essi non prestarono ascolto e molti furono fatti prigionieri mentre i due santi padri attesero la sciagura nel castello di Santa Cristina (verso l’Aspromonte).
“….arrivò allora il comandante della flotta navale, di nome Michele15, il quale era amico del divino padre e per lui aveva stima e venerazione, e manda a chiedergli di conoscere per divina illuminazione se il Signore avrebbe guidato felicemente il suo cammino e se egli avrebbe vinto i nemici; tutti infatti lo ritenevano come profeta e uomo di Dio.
Quegli di rimando gli manda a dire questo: “Se vuoi, o carissimo, avere il sopravvento sui nemici e vincerli colla forza, purifica il popolo tuo, secondo il comando di Dio a Mosè16. ….. Non consentire dunque che questi uomini vivano nella fornicazione e nella dissolutezza e impudentemente si contaminino in tali brutture, e tu stesso volgi a Dio l'occhio e la mente e vedrai i nemici vinti”.

Le preghiere furono ascoltate ed il secondo attacco fu sventato grazie anche al comandante della flotta bizantina Michele che seguì i consigli di Elia allontanando il suo esercito dalle dissolutezze e peccato. Così molti prigionieri reggini poterono ritornare in patria. Siamo nella primavera del 902.
Elia era ormai anziano, infatti aveva quasi 80 anni, e rimaneva nel monastero ricevendo le visite di molti fedeli e vescovi per ascoltare ispirate parole. Anche l’imperatore Leone VI a cui era giunta la fama, mandava ambascerie chiedendo al santo di pregare per le fortune dell’impero.
“Molti poi dei vescovi andavano da lui e volevano udire i suoi discorsi; ed egli li riceveva con devozione, come padri li accoglieva e come pastori li riveriva e domandava che essi pregassero per lui. Invero, se egli era di sublime vita, tuttavia non superava i giusti limiti. La sua fama, poi, pervenne fino all'imperatore; infatti il piissimo imperatore Leone, che abbiamo già ricordato, informato di queste sue virtù, lo ammirava e gli mandava a dire di pregare per la maestà imperiale e per tutto quanto l'impero.”

Tempo dopo i monaci vollero recarsi a Taormina per riverire le reliquie di San Pancrazio. Mentre erano lì Elia predisse l’attacco di Ibrahim II e della strage che avrebbe compiuto, avvertendo gli abitanti ed esortandoli a fare ammenda dei propri peccati. Similmente ammoniva il patrizio della città Costantino. Ma i taorminesi non ascoltarono le parole del venerando padre ed egli insieme al discepolo lasciò la città alla volta di Amalfi.
“Stando a riposare su un letto della casa di Crisione [a Taormina] a causa della vecchiaia, il santo diceva a Crisione: “Vedi il letto sul quale sono sdraiato? Esso accoglierà a dormire il sanguinario Brachimo, e molti dei notabili di questa città 14
in questo palazzo periranno di spada”. Ma Crisione celiando rideva delle sue parole. Poi il vecchio si levò e annunziò di partire alla volta della città di Amalfi.
Quando era già arrivato nel mezzo della città, sollevò la veste fino alle ginocchia. Daniele, stupito per l'insolita azione dell'uomo, disse: “Che è che fai, o Padre?”. Quegli rispose: “Vedo qui una grande marea di sangue. Vedi poi questi cospicui e grandi edifici? Dai discendenti di Agar saranno abbattuti”.”
Accolti dal vescovo della città, dopo alcuni giorni ebbero notizia dell’espugnazione di Taormina. Ibrahim dopo aver distrutto la città e trucidato la maggioranza degli abitanti mosse contro Reggio e poi puntò su Cosenza. Le continue preghiere, digiuni ed invocazioni di Elia ebbero la meglio e l’odiato nemico morì a Cosenza il 23 ottobre 902.
“Il prefetto della città di Amalfi17 aveva una nipote gravemente ammalata e pregò il santo di visitarla. Quegli consentendo andò nella casa dell'inferma e, appena oltrepassò la porta, subito la febbre cessò, e le pulsazioni ritornarono alla condizione naturale, le forze, che erano venute meno del tutto, si ristabilivano in pieno, e il sonno, che prima faceva difetto ed era interrotto da sussulti, si riavvicinava molto dolce; e fu sana la donna, fugata la malattia dalla sola presenza del celebrato padre.”

Tra gli altri miracoli e prodigi di Elia si ricordano:
- la liberazione miracolosa di un giovane prigioniero in Africa dai tempi della conquista di Reggio.
-la liberazione dalla schiavitù di un contadino a cui preannunciò la cattura affidandogli un messaggio per l’emiro.
-la cessazione di una grave siccità che durava cinque mesi grazie alle preghiere.
-l’attraversamento per trans umazione del il fiume Secro in piena, sotto gli occhi stupiti dei discepoli Daniele e Saba.
-lo sgorgamento per intercessione una fonte di acqua per dissetare il discepolo Daniele.
-A Santa Ciriaca, cioè Gerace, la guarigione di un prete paralitico di nome Malachia.
“Egli era appunto il più mansueto di tutti gli uomini, come udiamo di Mosè18, ma nei riguardi di coloro che si opponevano e parlavano contro il bene era abilissimo a confutarli e del tutto imparziale. Non si atteggiava infatti secondo la opinione di ciascuno….ma era costante e assennato nei suo proponimento, e non concedeva nulla ad alcuno al di là del giusto, ….Era quindi possibile vederlo molto spesso far da giudice e pronunziare eque sentenze…”

“Egli digiunava sempre e cibi prelibati erano pane e sale; e bevanda, l'acqua sorgiva; giaciglio, l'erba; festa, il rimanere in piedi per tutta la notte; lavacro, i gemiti e l'incessante pensiero della morte. In tale dura esistenza reprimendo e soggiogando la carne, egli appariva più splendente e di forze più pronto di quelli che erano in età più vigorosa e vivevano in ogni comodità di vita. Però, se talvolta si allontanava per recarsi presso qualcuno dei suoi conoscenti, con semplicità prendeva i cibi per lui preparati. Tale era la sua vita.”**
Michele, che aveva trionfato sugli Ismaeliti fu inviato come stratego in Calabria per soffocare una sedizione sollevata da un certo Colombo. Costui viene catturato e pronto per essere giustiziato, ma Elia interviene ed intercede per il prigioniero. Lo stratego si rifiutò di ascoltare le suppliche e dopo sette giorni fu colpito da una malattia e morì.
Elia ormai anziano rimaneva nel monastero quando l’imperatore Leone VI gli manda l’invito a recarsi a Costantinopoli per godere delle sue preghiere. Elia nonostante la vecchiaia accetta a condizione di poter prendere con sé Colombo. In segreto rivela al discepolo Daniele che la morte avrebbe impedito di vedere l’imperatore, ma il viaggio avrebbe permesso la salvezza di Colombo.

Navigano verso Ericusa, dove li incontra Crisione di Taormina a cui Elia predice morte sventurata. A Naupatto apprende la notizia che la flotta araba avrebbe attaccato Costantinopoli, ma il santo, con grande stupore di tutti, predice che a metà strada la flotta avrebbe deviato verso Tessalonica, saccheggiandola, cosa che avviene il 31 luglio 904.
Elia attraversa l’Eliade, si ammala ma non gravemente. Manda allora Colombo avanti con una lettera per l’imperatore perché ottenesse la grazia della liberazione. Raggiunti i sobborghi di Tessalonica si ferma presso il tempio dei Santi Apostoli, Il giorno seguente visita il tempio di San Demetrio ed il suo ciborio, ma tornato verso il ponte all’esterno della città sente i tormenti del male che lo affliggono e chiede un lettuccio per riposare. Il luogo non era adatto e viene spostato al luogo detto “Le Fornaci” vicino alle Terme dove chiamato il discepolo gli dice:
“Daniele, figlio mio, io, come è stato scritto19, mi incammino per la via dei padri, poiché è tempo ormai della mia dissoluzione (infatti ho ottanta anni). Tu hai seguito il mio insegnamento, la mia regola di vita, il mio proponimento; in questi principi persisti, non trascurarli mai nella vita ascetica, ma stima di vivere come se ogni giorno tu debba morire20. Questo raccomanda anche ai fratelli. Non lasciare il mio corpo qui, né d'altra parte devi permettere che esso sia trasportato nella città imperiale; so infatti che l'Imperatore vorrà cercare di ottenerlo. L'ho saputo per divina premonizione, e ti ho consegnato da tempo una lettera perl'imperatore, il cui contenuto è che, dopo la morte, il mio corpo sia trasportato nel suo monastero. ….. Dunque, figlio mio, addio, che Elia trapassa e non è più di questo mondo”.
Così parlò, e quegli e gli altri che erano presenti lo abbracciarono. Poi, dopo aver accolto come amici quanti accorrevano a salutarlo ed essersi rallegrato moltissimo per la loro presenza, Elia con lieto volto morì e si aggiunse anch'egli ai padri21 il giorno diciassette del mese di Loo, cioè di Agosto22.

Una grande folla di monaci e laici conviene nei successivi 10 mesi, e lo stesso stratego rese onore alla salma con l’esercito. In seguito giunse il patrizio Vardas Focas che chiese di venerare le spoglie. Aperta la tomba trovarono il corpo incorrotto, informato l’imperatore, chiese che le spoglie fossero portate a Costantinopoli. Elia avendo previsto questo fatto prima della sua morte fa consegnare da Daniele all’imperatore una lettera dove chiede la sepoltura nel monastero delle Saline in Calabria. Leone VI diede disposizione ad un calabrese di nome Giorgio, affinché il corpo fosse traslato. Il corteo sbarca a Rossano e da lì prosegue verso il castello di Bisignano, avvertiti da Daniele i monaci del monastero mossero incontro alla salma in Tauriana, all’epoca sede vescovile. Da lì i resti furono portati nel monastero dove non cessano di operare guarigione miracolose. L’imperatore poi assegnò numerose rendite al cenobio così che divenne il più illustre fra tutti i monasteri d’Italia.
“Possa a noi accadere di essere, non solo uditori delle opere del divino nostro padre Elia, ma anche suoi imitatori in tutta la vita, perché ci tocchi di essere ritenuti degni di gloria pari sia a quella di cui gode presso di noi nel presente, sia a quello di cui godrà nel futuro nel regno dei cieli…Così sia.”
Note
1 Enna, chiamata dai Romani Castrum Ennae, da cui derivò Qasr Yannah (al-Baladuri, IX sec.) e quindi Castrogiovanni, nel 1927 divenne capoluogo di provincia e riprese l'antico nome.
2 L’esistenza di un cognome “ῥαχίτης” in Sicilia è attestata per il XIII sec. Infatti due diplomi del 1217 e 1245 del monastero di S. Filippo di Fragalà hanno nel testo “Γουλλίελμος ό Ῥαχήτης e Γουλλίελμος ό Ῥαχίτης.” [Tale cognome è poi attestato in provincia di Catania sotto la forma “Rachiti” nel 1456 in un atto del notaio Pietro Marotta di Randazzo, vol.5, c.110r-v, “Pietro de Rachiti alias apaturi di Linguaglossa” e successivamente nel cognome Raciti presente nel territorio di Jaci fin dal XVI secolo.]
3 Nell'823, secondo quanto risulta dalla data di morte, avvenuta il 17 agosto del 903, all'età di ottanta anni.
4 Luc. 1, 13-15.
5 Il testo fa riferimento allo attacco sferrato nell’estate dell'828 dall'esercito musulmano reduce dall'assedio di Siracusa. V. Commentario.
6Luogo identificato da Paolo Vetri nella moderna chiesa del Carmine di Enna a cui è annessa la torre campanaria detta “Torre di Sant’Elia”, vedi La storia di Enna p.211-214.
7 1 Reg. 3, 19 ss.
8 Cfr. Rom. 6, 22; 1Thes. 4, 3
9 Cfr. Genes. 39, 17.
10 Probabilmente l’aglabita Muhammad II (863-875).
11 S. Antonio (+356), eremita in Egitto. L’episodio, cui fa riferimento il testo è narrato da Atanasio, Vita di Antonio, PG 26, 2, 856 A.
12 Matth. 5, 16.
13 Pentidattilo è oggi una frazione a circa 6 km. a nord del comune di Melito Porto Salvo (Provincia di Reggio Calabria). II paese, che è di origini antichissime, è arroccato lungo le pendici di un colle (m. 320), le cui guglie formano come cinque dita di una mano gigantesca. Nelle sue vicinanze in località denominata Lacco (<λάκκος), esisteva uno stagno, cfr. Minasi, Lo Speleota,. p. 183.
14 Stefano V, che fu papa dall’885 all’891.
15 Intorno a questo Michele, capitano della flotta bizantina e vincitore dei Musulmani, e successivamente stratego di Calabria (testo ll. 1355-1361) mancano notizie sicure. G. Da Costa-Louillet, Saints, p.104 proporrebbe di identificarlo con Michele Charactos, che le fonti ci dicono presente all'assedio di Taormina.
16 Cfr. Exod. 19, 10.
17 Manso Fusilis fu prefetto di Amalfi dell'896 al 914. Dal 900 associò al governo il figlio Mastalus. V. Grumel, Chronologie, p. 442; Gay, L’Italie mer. et l’empire byz., pp. 249-251.
18 Num. 12, 3 e cfr. Eccles. 45, 4.
19 Cfr. Josue 23, 14.
20 Antonio, secondo la Vita scritta da Atanasio, così raccomandava ai fratelli (PG 26, 2, 872 A):
Εἰς δὲ τὸ μὴ ὀλιγωρεῖν ἡμᾶς καλὸν τὸ τοῦ Ἀποστόλου ῥητὸν μελετᾷν, τὸ, “Καθ' ἡμέραν ἀποθνήσκω” (1Cor 15, 31). Ἂν γὰρ καὶ ἡμεῖς, ὡς ἀποθνήσκοντες καθ' ἡμέραν, οὕτως ζῶμεν, οὐχ ἁμαρτήσομεν. V. inoltre Commentario.
21 Il testo dalla 1. 1529 alla l. 1553 trae ispirazione e aderisce anche per la forma alla Vita di Antonio, PG 26, 2, 969 B - 972 B.
22 Del 903. L'anno è sicuramente determinato, poiché il 31 luglio del 904 Tessalonica fu espugnata dagli Arabi.


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