San Marco, opere d'arte nel Monastero - Il Campanile Enna

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San Marco, opere d'arte nel Monastero

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I MANUFATTI  ARTISTICI
conservati presso
il MONASTERO DI SAN MARCO
 


Testi e foto tratti dal volume "La chiesa e il monastero di San Marco le Vergini di Enna, tra storia arte e devozione" di Rocco Lombardo , edito dal Lions Club di Enna, 1999. Editing e testi redazionali di F.Emma.

link collegati:
Il Monastero di San Marco, la storia
La clausura nel monastero
La chiesa di San Marco

Il restauro del Crocifisso


Dopo 500 anni, il 17 novembre del 2013 le suore del Monastero di di San Marco, essendosi ridotte di numero a causa della crisi vocazionale, lasciano la città di Enna.
Una grande perdita dal punto di vista religioso: un grande polmone di preghiera smette di respirare, ma anche una perdita di storia e tradizioni per la nostra città che per 500 anni  ha visto le suore profondamente inserite, pur nella clausura, nel suo tessuto con il loro vitale apporto.
Che sarà della Chiesa di San Marco, una delle più belle e ricche di opere d'arte di Enna ?  
Che sarà del Monastero e di tutte le opere donate nel corso dei secoli alle suore ?
Confidiamo che la nostra città avrà cura della più ampia tutela sia degli edifici che delle opere d'arte che contengono.    

In questo post vogliamo divulgare alcune delle opere custodite nel monastero, che essendo tenute in ambienti sottoposti alla clausura, furono mostrate per la prima volta con la pubblicazione,  nel 1999, del volume  "La chiesa e il monastero di San Marco le Vergini di Enna, tra storia arte e devozione" di Rocco Lombardo , edita dal Lions Club di Enna.  
All'epoca la Priora suor Maria Immacolata di Cristo Re, al secolo Aurora Pinnisi, e della Vicepriora suor Maria dell'Incarnazione, al secolo Clara Farina,  gentilmente fornirono di alcune di queste opere le fotografie, da loro stesse eseguite, insieme a utili dettagli di carattere storico, accompagnandole, ove possibile, con le notizie d'archivio reperite.

La devozione al Gesù Bambino

Ispirata da Santa Teresa d’Avila, che quasi mai si staccava da statuine raffiguranti Gesù Bambino a cui dedicava particolare venerazione, le monache praticavano una devozione particolare al Bambinello, specialmente in periodo natalizio, quando erano solite esporre in un tripudio di fiori e luci statuine di cera o di gesso in graziosi cestini o custodie di vetro.
Presso il monastero ve ne sono diverse e quelle di cera risalgono alla fine del '700, se si identificano con i "due Bambini di cera" per i quali pagano un "riscatto" di tre tarì, spesa annotata nel 1783 negli esiti del rendiconto presentato per l'approvazione dell'abbadessa suor Vincenza Scarlata dal Procuratore don Francesco Blandano.


La devozione al Bambinello di Praga

Ma la statuina a cui dedicavano sempre le loro pie attenzioni è quella riproducente le fattezze del Bambinello di Praga, un tempo esposta nell'arco comunicante col coro ed oggi collocata con la sua vetrinetta sull'altare dell'Immacolata per far posto alla statua del Sacro Cuore.
Anche questo culto dedicato al "Gratiosus Jesulus Pragensis" è diffuso soprattutto in ambito carmelitano perché  vi è attecchita tenacemente la tradizione che fa risalire la statuetta di cera venerata a Praga nella Chiesa carmelitana di Santa Maria della Vittoria proprio a Santa Teresa d'Avila. La Santa, difatti, devotissima a Gesù Bambino, ne portava un'immagine con sé quando si metteva in viaggio per andare a fondare nuovi monasteri e di un esemplare aveva fatto dono alla potente e nobile famiglia di Isabella Maria Maximiliana Manrique de Lara y Mendoza.

Opere di pittura

Quattro tele, inserite in artistiche cornici dorate e forse facenti parte di una serie più numerosa, rappresentano San Pietro, San Giacomo Minore, San Giovanni Evangelista, San Marco. I primi tre sono accompagnati da una scritta identificativa, San Marco invece dal suo inseparabile leone e da un rotolo su cui sono vergate con elegante grafia le parole con cui comincia il suo Vangelo: " Initium Evangelii lesu Christi Filii Dei. Marci Cap.I ". Sul quadro raffigurante San Pietro fa capolino in basso a destra la scritta "Gius.Scillia" a indicarne l'Autore, della cui attività e profilo biografico non siamo riusciti invero a reperire alcuna notizia e che in questa tela per scioltezza compositiva, effetti coloristici atteggiamento ispirato pare discostarsi dalle altre tre, specialmente dal San Giovanni e dal San Giacomo, più accigliati nei tratti, rigidi nel panneggio e cupi nel l'ambientazione semplificata al massimo.

Altri quadri sparsi nei vari ambienti sono:


Santa Maria Maddalena de' Pazzi

Identificata da una scritta apposta in basso nell'ovale della tela inserita in una originale cornice sovrastata da una elegante cimasa dorata che tra volute e festoni racchiude al centro una testina di putto, la Santa è raffigurata col capo coronato di spine mentre abbraccia con tenero ardore il Crocifisso: l'incarnato roseo del volto fa trasparire la gioia sublime del rapimento estatico, che le mani incrociate sul petto sembrano voler trattenere a lungo.


Santa Teresa in estasi

La Santa è colta nel momento della "transverberazione" reso magistralmente nel marmo dal Bernini nel celebre gruppo scultoreo conservato a Roma in Santa Maria della Vittoria. Per il soggetto di questa tela, molto sfruttato dagli artisti, il nostro pittore pare ispirarsi alle stesse parole che la Santa ci tramandò nella sua "Vita": "Quel Cherubino teneva in mano un lungo dardo d'oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po' di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando ritirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace d'amore. ."


Crocifisso

Al momento priva di cornice e molto bisognosa di restauri, la tela rappresenta un Cristo pieno di ampie tumefazioni e grondante abbondante sangue dalle numerose ferite.
L'esasperato accento pietistico che la connota, il senso di raccapriccio che suscita, l'accentuazione della sofferenza che la distingue consentono di assegnarne l'esecuzione ad epoca anteriore al Concilio di Trento, che nelle scene di Crocifissione invitò gli artisti a moderare la facile drammaticità ottenuta con gesti, pose e impostazioni denotanti concitazione e pathos eccessivi, inadatti in particolare alla Madonna, consapevole che dal suo dolore scaturisce la salvezza degli uomini, ed anche al momento, visto come preludio al trionfo della Resurrezione.
A questo quadro forse si riferisce Marzuolo de Mirisola quando nel suo testamento del 1539 lascia un legato a favore dell'ospedale con l'obbligo di far eseguire un quadro "uguale a quello che è nella chiesa del monastero di San Marco li Virgini della Passione di Nostro Signore".
Quadro rimosso nel '700 per far posto al Crocifisso ligneo che oggi ammiriamo, non prima però di aver ispirato l'autore (o gli autori) dei Crocifissi collocati nella Chiesa del Carmine, nella Chiesa di San Francesco d'Assisi e in quella di San Domenico (conosciuta pure come di San Giovanni Battista) che, pur nella maggior compostezza e raffrenata drammaticità, rivelano nell'opera qui esaminata un collaudato sicuro modello di riferimento.


Cristo coronato di spine

Forse frammento recuperato da una tela più ampia, il quadro, di insolita forma quadrata, raffigura il volto di Cristo coronato da una fittissima corona di spine, causa di un dolore che l'ignoto artista riesce ad esprimere con intenso pathos. La tela originaria forse rappresentava l'Ecce Homo, cui sappiamo che Santa Teresa dedicava particolare devozione e che perciò era presente nei vari monasteri di carmelitane scalze anche sotto forma di scultura, come attestano le statue linee conservate in San Marco.


Lo Sposalizio della Vergine


Il quadro raffigura con toni leziosi e smagati l'episodio delle nozze di Giuseppe e Maria celebrate in un ambiente aulico alla presenza dei genitori della Vergine, Gioacchino e Anna, commossi e compunti, e di due giovani dall'aria sorpresa e incuriosita.
Incertezze esecutive svelano un artista debole chiuso nei limiti di un accademismo interpretato senza vigore anche se gradevole nella resa dei colori e abile nel conferire espressività ai volti.


Il Transito di San Giuseppe

Conoscendo la particolare venerazione che Santa Teresa nutriva per San Giuseppe, a cui intitolò numerosi monasteri, non poteva mancare in ambiente carmelitano un'opera che lo rappresentasse.
Questa tela coglie il momento del trapasso del santo Patriarca assistito dalla Madonna e da Gesù, nonché da un angelo orante e da cherubini che attorniano lo Spirito Santo in forma di colomba. L'aria di soffusa mestizia è mitigata dal gesto del Cristo che rassicurante addita il Cielo, giusto premio a Chi su questa terra seppe con dignità e amore, abnegazione e umiltà proteggere e guidare Dio stesso fattosi Uomo.


L'Addolorata e l'Immacolata


Sono due piccoli quadri che rappresentano, entrambi in uno spazio ovale, l'Addolorata in atteggiamento di estrema mestizia , trafitta da una spada e con le mani giunte; e l'Immacolata con le mani incrociate sul petto, gli occhi pudicamente abbassati, il volto incorniciato da una aureola fatta di stelle.


L’Assunta

In un quadro più grande dei due precedenti è sviluppato il tema dell'Assunzione della Vergine al Cielo. La Madonna è rappresentata con le braccia spiegate, sorretta da cherubini, nel momento in cui abbandona il sepolcro, raffigurato frontalmente nell'angolo destro in basso sullo sfondo di un "cielo terreno" quasi cupo che una densa "siepe" di nuvole separa dal " cielo divino" splendente di  luce dorata, preludio alla Gloria per privilegio assegnata alla Madre di Dio.


II Sacro Cuore di. Gesù

Inserito in una sobria cornice di legno scuro delimitata da un doppio profilo dorato, il quadro denuncia una mano non scaltrita nell'uso del pennello, tipica di un dilettante o principiante.
Una scritta apposta sul retro ci dà conferma che la modesta qualità dell'opera è dovuta all'aspirazione artistica che animava il Rev. Vincenzo Petroso, che saggiamente, a quel che è dato sapere, non ne diede altri saggi, preferendo dedicarsi alla più gratificante attività di collezionista di quadri e libri, stampe e monete.
L'opera, però, è degna d'attenzione perché, inviata nel 1780 alle sorelle suor Maria Rosane e suor Maria Luisa ospiti nel monastero, è strettamente collegata al quadro del Sacro Cuore, conservato in chiesa dietro l'altare maggiore, per il quale sarà servito da modello ispiratore al pittore che l'ha eseguito.


Opere di scultura

Il monastero conserva diverse opere scolpite in legno cera e cartapesta, testimonianza non solo del fervore religioso delle monache ma pure della loro sensibilità artistica raffinata e aggiornata con il gusto del tempo. Risalgono a epoche diverse e le carte d'archivio non ce ne hanno ancora restituito il nome degli autori. Tra le più significative si segnalano:

Ecce Homo

Scultura lignea di fattura secentesca che nell'accentuata policromia del livido incarnato, delle sanguinanti ferite, delle numerose brune tumefazioni suscita emozioni di sincera
pietà per il Cristo dallo sguardo implorante e smarrito. Il volto dolente è incorniciato da barba e chioma copiosamente impastate di sangue e il corpo scarnito mostra una martoriata nudità che violentemente contrasta con la doratura del perizoma fluente di pieghe.


Crocifissi lignei


I Crocifissi sono tre, a grandezza naturale. Tutti presentano un perizoma bianco, ricco di pieghe a volte modellate in modo elaborato, capigliatura folta e vistose sanguinanti ferite.

L'addolorata (Statua di cera)

Uno dei crocifissi, pendente da una croce adorna di tre dorati capicroce scolpiti, originariamente aveva le braccia snodabili e forse costituiva una Pietà assieme ad una statua di cera di Addolorata, raffigurata seduta, assorta nel suo dolore, adorna di veste violacea impreziosita da guarnizioni luccicanti e completata da un lungo velo, colletto e fazzoletto di candido pizzo e da un ampio manto di merletto nero.




Statue di cera di Gesù Bambino

Oltre all'Addolorata già descritta, altri manufatti di cera concorrono a formare il patrimonio artistico posseduto dal monastero.
Si tratta di alcune statuine di Gesù Bambino  conservate protette da custodie lignee foderate di pregiate stoffe bianche o celesti o adagiate in cestini rivestiti di morbida seta.
Lo sguardo dolce, il sorriso ammiccante, il gesto benedicente, diffondono negli ambienti dove sono esposti un'aura di tenerezza, di pace e consolazione che alle suore spiega la gran devozione che al Bambinello riservava la loro infaticabile Fondatrice di monasteri.
Santa Teresa difatti ne portava sempre uno in ogni nuovo monastero che erigeva per cui possedere almeno un Bambinello era un'aspirazione legittima, omaggio alla Santa e ossequio alla tradizione da Lei instaurata.
Tradizione a Enna non trascurata, se da alcune carte d'archivio risulta che nel 1783 le suore spesero "tre tarì per riscatto di due Bambini di cera", certamente giunti fino ad oggi fra quelli che ancora possiedono.


Tronetto per l'esposizione eucaristica

Eseguito in legno e dorato, poggiato su un geometrico piedistallo e culminante in un fastigio a forma di corona sormontata dal globo adorno di una croce, contornato da un motivo di foglie e fiori e tappezzato di un tessuto ricamato con decori alludenti  all'Eucaristia, il manufatto serviva per l'esposizione del SS. Sacramento. Era collocato sull'altare maggiore o direttamente sulla mensa o nella nicchia centrale in sostituzione della statua di San Marco.

Paramenti liturgici

Dei numerosi e pregiatissimi paramenti sacri che il monastero possedeva, frutto spesso dell'attività di ricamo cui le suore si dedicavano, se ne conservano in loco un numero sparuto in quanto la maggior parte le monache l'hanno affidata ai padri carmelitani venuti nel 1955 a celebrare le cerimonie liturgiche nella chiesa di San Benedetto, chiusa dopo le soppressioni operate nel 1866 e adibita a vari usi fino al 1926, quando fu riaperta al culto e quindi eretta a Santuario di San Giuseppe. Tra i paramenti conservati nel monastero i più preziosi e significativi sono: una pianeta rossa adorna di fitti ricami in fili d'oro e d'argento sparsi nelle tre fasce in cui la dividono due liste che la percorrono dai vertici dello scollo merlettato fino all'orlo.
Fantastici fiori dai petali frastagliati, foglie ricurve come piume, grappoli di auree sferette tappezzano il manufatto che sul davanti presenta due dorati leoni che stringono tra le zampe anteriori una palma argentea adorna d'una corona. Il noto simbolo marciano rivela che il paramento era riservato alle cerimonie sacre dedicate a San Marco; una pianeta di seta tenuemente colorata di celeste cosparsa di capsule, foglie, fiori ordinatamente disseminati attorno a conchiglie stilizzate: tripudio di sfolgoranti riflessi d'argento e sontuosi dorati sfavillii ben adatto a sottolineare le fastose solennità celebrate a gloria della Vergine; una pianeta di seta rosa trapunta di volute fogliacee luccicanti di argentei bagliori, utilizzata solo per determinate cerimonie sacre limitate, in sostituzione dei prescritti paramenti violacei, al periodo dell'Avvento ( III domenica) e della Quaresima (IV domenica); una pianeta di tessuto fiorato su fondo di colore verde scuro, contornata da una stretta lista bianca che sottolinea i bordi e lo scollo, dai cui estremi continua a snodarsi verso la base, suddividendo il manufatto in tre sezioni dove i carnosi fiori rossi, i teneri boccioli rosati, le foglie appuntite si distribuiscono con un armonioso gioco di ricercata simmetria; un paliotto d'altare di tessuto rosso ricamato in fili argentati e dorati che creano motivi di tralci adorni di rose e tulipani, grappoli d'uva e spighe di grano, distribuiti simmetricamente sul fondo in modo da incorniciare al centro il Cuore, simbolo di Cristo.


Tronetto d'argento per l'esposizione eucaristica

Chiamato popolarmente anche "tosello", il monumentale manufatto, alto cm 175, largo cm 100 e profondo cm 55, era destinato ad accogliere l'ostensorio con le Sacre Specie nelle cerimonie liturgiche che prevedevano l'esposizione del SS. Sacramento.
La presenza di un complemento chiamato "tumuletto" forse ne consentiva l'uso anche in periodo pasquale, in particolare nell'allestimento del cosiddetto "Sepolcro".
Conservato in ambienti sottoposti a clausura, non è pertanto visibile ai fedeli. Alla esigua e modesta documentazione fotografica che le suore conservano e che gentilmente mettono a disposizione per una pur scarna descrizione, per fortuna viene in soccorso la provvidenziale scoperta di alcuni documentino che riguardano l'opera e gli aspetti esecutivi, ne svelano l'autore e i collaboratori, ne indicano l'epoca di compimento e l'abbadessa committente. Le carte d'archivio portano la data del 27 novembre 1773, quando l'abbadessa Maria Teresa Grimaldi riceve una dettagliata nota delle spese affrontate per l'esecuzione del tronetto e del connesso "tumuletto" dall'argentiere Desio Furnò, dimorante a Siracusa. L'opera richiede la rilevante spesa di 309 onze 27 tarì e 12 grani, di cui ben 50 vanno al Furnò per sua "mastria" e il resto è frammentato in acquisto di materiale vario: più di dieci "rotoli d'argento di bulla" (quasi altri tre di argento vecchio l'aveva fornito il monastero); 29 zecchini d'oro necessari per la doratura; 20 rotoli di rame per "statue, pottini, basi, capitelli"; legname per l'ossatura e per le casse in cui trasportare il manufatto finito.

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