Condannati a morte (parte 2) - Il Campanile Enna

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Condannati a morte (parte 2)

I luoghi della memoria > Civiltà contadina > Condannati a morte

La situazione politica in Sicilia alla fine della Guerra

tratto da "Condannati a Morte Brevi cenni delle lotte contadine
dal 1944 al 1950 nella Provincia di Enna"

di Pino Vicari


"Condannati a morte" scritto da Pino Vicari nel 2002, è una lezione di storia vera, una testimonianza della Sicilia negli anni del dopoguerra, della grande lotta dei movimenti democratici per l'emancipazione della nostra isola dal latifondo e dalla mafia. Il titolo "Condannati a morte" si riferisce alla sentenza di morte promulgata in un summit mafioso contro lo stesso Pino Vicari e Carmelo Librizzi, in qualità di esponenti del movimento contadino, sentenza fortunatamente mai eseguita.      

Il ritorno dei reduci dalla guerra ed il fenomeno del brigantaggio

Finita la seconda guerra mondiale, milioni di reduci tornarono dalla guerra e dalla prigionia. Nelle città masse enormi di disoccupati premevano sulle istituzioni, per il lavoro e l'assistenza: le Associazioni Combattentistiche, i sindacati, i partiti che avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), promuovevano e organizzavano manifestazioni e proteste per trovare sbocchi alla grave situazione in cui versava il paese.
Gli aiuti americani incominciarono ad arrivare, sia dai parenti d'America, che dallo Stato americano, attraverso il famoso piano MARSHALL, dal nome di un famoso generale americano; la stessa Chiesa era mobilitata e non era un'eccezione vedere preti, parrocchie, vescovi, a fianco dei manifestanti, perché in fondo il Signore è sempre dalla parte dei bisognosi e di chi soffre.
Nei centri agricoli, nelle campagne, ove risiedeva la maggioranza degli ex combattenti e dei reduci, la situazione era diversa: contadini, tornati dal fronte e dalla prigionia, erano mal disposti a riprendere il lavoro nei campi nelle stesse condizioni di prima.
Durante la guerra, avevano conosciuto paesi nuovi, popoli diversi, avevano fatto nuove esperienze e ritornando avevano trovato vecchi e nuovi "MARPIONI,, , più ricchi di prima, intrallazzisti e profittatori che avevano speculato sulla fame e sulla miseria della gente.
La guerra aveva creato nuove disuguaglianze, le famiglie che avevano avuto i figli, i mariti sotto le armi si erano ritrovati più poveri.
Di fronte ad una situazione così disastrosa, molti reagirono dandosi al brigantaggio, in Sicilia proliferarono le bande armate, per alcuni la guerra non era finita; nella provincia di Enna la situazione era drammaticissima.
Si diffuse quindi il fenomeno del brigantaggio, la vecchia mafia agricola si riorganizzò stabilendo collegamenti con le varie bande operanti nel territorio; indirizzando la sua esperienza in due direzioni, da una parte sfruttò il vantaggio che offriva la "copertura„ americana, per avere collaborato alla preparazione dello sbarco in Sicilia nel 1943, tramite il massimo rappresentante, il capo dei capi, don Calorio Vizzini di Villalba, punto di riferimento; dall'altra si collegò ai nuovi padroni della Sicilia, i partiti politici, dai monarchici a buona parte della Democrazia Cristiana, ricominciando a tessere una fitta ragnatela di interessi e occupando parte delle istituzioni (comuni) e partiti politici.


Calogero Vizzini e altri capimafia mentre diversi soldati americani di origine siciliana venivano paracadutati di notte o furtivamente abbandonati sulla costa. Erano tutti inquadrati nell'Italian Section dell'O.S.S. e i loro obiettivi erano i rifugi preparati dai mafiosi in masserie, casolari di campagna e comode residenze.
Uno dei segnali di riconoscimento era un fazzoletto di seta bianco con una «L» al centro, la «L» di libertà o di fortunato in lingua inglese, lucky, lo stesso nome di Luciano, la sua stessa doppia iniziale.
La notte fra il 9 e i110 luglio 1943 gli Alleati trovarono così la strada spianata e le truppe anglo-americane poterono avanzare senza esplodere un colpo anche perché i mafiosi li precedevano scoraggiando eventuali resistenze, invitando soldati e fascisti a deporre le armi che finirono nelle loro mani. Un'operazione che rafforzò il braccio militare di cosche tenute a bada dal fascismo e adesso pronte a scontare la cambiale firmata dagli americani.
Il primo ringraziamento ufficiale del governo alleato ha per cornice la piazza di un grosso centro agricolo nel cuore della Sicilia, Villalba, dove Calogero Vizzini viene incoronato sindaco, presente un popolo in festa. C'è pure Calogero Volpe, un deputato democristiano poi spesso inserito nel governo centrale. E ci sono anche preti e picciotti Rronti a gridare e ad agitare striscioni dal tono agghiacciante: «Viva la mafia. Viva don Calò».
Processioni e festeggiamenti s'intrecciano in tanti centri come Bolognetta, dove diventa sindaco don Serafino Di Peri, o come Mussomeli dove Giuseppe Genco Russo si insedia in municipio come presidente dell'Ente comunale assistenza.
Vizzini, come Vito Genovese, diviene un assiduo frequentatore del proconsole americano Charles Poletti mentre, liberato per meriti patriottici, Lucky Luciano può imbarcarsi verso l'Italia dove morirà d'infarto ma dopo avere constatato con i suoi occhi, il trionfo degli amici siciliani e americani di nuovo uniti e proiettati verso grandi business.


La parte più conservatrice della Società, preoccupata dal "vento del nord" , come si diceva allora cioè l'affacciarsi sulla scena politica di nuovi e potenti nemici, i socialisti, i comunisti ed i sindacati, capì che in una situazione di incertezza lo stato monarchico, il blocco politico e sociale del passato, trovandosi in difficoltà avrebbero avuto bisogno della mafia, che divenne più potente.
I fatti le diedero ragione, ed avvenne quel matrimonio d'interessi tra la mafia ed il blocco politico e sociale, che ha "governato" per un cinquantennio la Sicilia, le cui conseguenze si sono trascinate fino ad oggi.
Nella provincia di Enna, vaste zone erano dominio delle bande armate, la banda Dottore (così denominata per la ferocia del suo Capo nato a Centuripe 1'01/11/1908 e morto in un conflitto a fuoco con i Carabinieri il 06/08/1946): tra Centuripe, Leonforte, Assoro, Dittaino, Altesina; la banda Uccellatore: tra Centuripe, Catenanuova, Cesarò, Regalbuto; la banda Filippini; la banda Cancilleri nella zona di Enna e Villarosa; la banda Falzone tra Calascibetta e Nicosia. Nella zona sud tra Barrafranca, Pietraperzia e Piazza Armerina, erano attive bande legate alla provincia di Caltanissetta, altri piccoli gruppi o singoli, i cosiddetti "cani sciolti", furono facile preda della mafia e della polizia.

Quelli furono gli anni in cui ebbe inizio la grande rivoluzione sociale, che coinvolse le campagne siciliane.
Il movimento organizzato. i sindacati, i partiti della sinistra (socialisti e comunisti), la sinistra sociale della D.C., le associazioni cooperativistiche e combattentistiche, parte della Chiesa furono gli ispiratori e gli organizzatori della battaglia per una maggiore giustizia sociale e contro il latifondo. Aver dato una speranza alle centinaia di migliaia di contadini sfruttati, di ex reduci combattenti, organizzati nelle varie associazioni, fu una grande svolta, una presa di coscienza che tra la disperazione ed il brigantaggio li portò a scegliere la lotta per il lavoro.
I1 contadino, da soggetto oppresso e schiavizzato, diventava protagonista di un risveglio epocale senza precedenti: i ricordi del passato, le sofferenze nei campi di battaglia e di concentramento, contribuirono a formare una nuova coscienza. Se la Sicilia non si trasformò in un grande campo di battaglia e di atti illegali, alimentati dalla disperazione e del miraggio separatista va dato merito alle lotte per il lavoro e la terra.
Dallo sbarco degli alleati in Sicilia nel 1943, all'Aprile del 1945. l'Italia era divisa in due, il nord ancora occupato dai tedeschi ed il sud occupato dagli alleati, con il governo (Badoglio) e la monarchia.
Nel sud si costituirono i partiti che al nord avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale e combattevano contro i tedeschi e i fascisti.
Si ricostituirono il partito Socialista, Comunista, Repubblicano, Liberale, Monarchico, il Partito d'Azione, la Democrazia Cristiana. si organizzarono le centrali sindacali, la più numerosa fu la C.G.I.L. che raggruppava le correnti socialista, comunista, D.C. .
A Enna, la prefettura concesse ai sindacati un'immobile lungo la Via Roma attaccato alla chiesa di San Giuseppe, che faceva parte di un vecchio convento disabitato; una parte venne utilizzata per l'Ente Comunale di Assistenza con relativa cucina e mensa per l'assistenza ai poveri. I sindacati di categoria vi si sistemarono.
Oltre all'attività sindacale, per iniziativa di un gruppo di lavoratori volontari, venne aperto uno spaccio di paragone, dove si vendeva di tutto a prezzi più bassi per venire incontro ai tanti disoccupati. Per anni, lo spaccio fu di grande aiuto alla parte più bisognosa della popolazione, fu una prima esperienza del movimento sindacale.
Altre esperienze furono intraprese dall' Ass. Combattenti e Reduci, dando vita ad uno spaccio di generi alimentari, una Cooperativa Agricola e una edile. A Enna, città natale di Napoleone Colajanni, vi era un forte Partito Repubblicano il cui esponente era il cav. Paolo Savoca, che fu sindaco per parecchi anni.
La prima segreteria della Camera del Lavoro era costituita dal segretario Prof. Bartolo del P.C.I., da Clemente F.Paolo per la D.C., da Mancuso Paolo per il P.S.I. . La Federterra (Federazione Lavoratori della Terra) era diretta da un professore di agraria, Pedalino del P.C.I.. La Federazione dei Minatori dello Zolfo, da Calvo Pietro, il sindacato dei lavoratori Edili da Salvatore Latragna, il sindacato del Pubblico Impiego da Alessi Salvatore impiegato alla Cassa alla cassa Mutua. Questi erano i principali sindacati a Enna nel 1944/45.
Subito dopo la fine della guerra, nell'Aprile 1945. nell'Italia unita e libera, i partiti. i sindacati, le varie associazioni, ripresero le attività, la gente aderiva ai partiti ed ai sindacati in massa, molti coscientemente, altri per entusiasmo e bisogno.
Vecchi militanti dei partiti dei sindacati delle Cooperative soppressi dal fascismo. P.S.I. – D..C. - P.C.I. – Liberali ecc.. ne prendevano la direzione, tantissimi giovani, lavoratori, professionisti, senza esperienza, trascinati dall’entusiasmo, diventarono dirigenti, tanti fecero esperienza  e si affermarono, altri si perdettero durante il cammino.


In questo clima di curiosità per il nuovo, di lotta per i bisogni, di incertezza per l'avvenire molti giovani iniziarono la loro esperienza. Era una cosa meravigliosa, una scoperta giornaliera, vedere operai, braccianti agricoli, zolfatai, studenti, contadini poveri, donne, professionisti affollare le riunioni dei partiti, dei sindacati, delle leghe di categoria. Gruppi di giovani ci trovavamo nelle riunioni con compagni adulti, che abbiamo imparato a conoscere e rispettare, ci veniva difficile dare del "TU”, a compagni che potevano essere nostri padri, i giovani di allora dobbiamo molto a loro, furono di esempio, persone serie, responsabili, ci furono maestri di politica e di vita.
A meno di 20 anni, far parte del comitato della Sezione del P.C.I. del capoluogo, seppure in rappresentanza dei giovani, essere eletto Vice Segretario della Federterra provinciale e Segretario della Lega Comunale, cioè della organizzazione dei braccinati e dei contadini poveri, la più numerosa associazione di massa, fu per me una esperienza esaltante. A Enna viveva nella via Passo signore, il quartiere dove sono nato e cresciuto, la famiglia Milisenna. Si seppe, dopo l'occupazione della Sicilia da parte degli americani nel 1943, che Santo Milisenna era un comunista confinato ad Enna dal fascismo.
Gli americani, sino al 1944, nella parte da loro occupata non autorizzarono l'organizzazione del P.C.I.. Milisenna, facendo leva su un gruppo di giovani del quartiere, sui disoccupati, i minatori dello zolfo, (le miniere avevano sospeso le attività), diede vita ad un'organizzazione originale chiamata "Fronte del Lavoro". Da questo nucleo nel 1944 si organizzò il P.C.I.. La Federterra, Federazione Lavoratori della Terra, che organizzava i braccianti agricoli. salariati e mezzadri, era diretta dal Prof. Pedalino, ex mio professore di Agraria, dell'Avviamento Professionale, aveva aderito al P.C.I. ove ci siamo riconosciuti e mi volle con sé nel sindacato. Il Prof. Pedalino, palermitano sposato con una ennese, dopo alcuni mesi si trasferì a Palermo alla Federterra Regionale dove, purtroppo, ebbe delle gravi vicissitudini.

Dal libro dell' On. Pio La Torre "Comunisti e movimento contadino in Sicilia", pubblicato nel 1980 a pagina 50 si legge: "Il Prefetto (di Palermo) agì prima di tutto tentando di decapitare il movimento; Segretario della Confederterra era Francesco Pedalino, un tecnico agricolo che faceva l'insegnante in una scuola di agraria; bravissima persona, era segretario di una imponente organizzazione di contadini poveri e braccianti.
Questo compagno aveva una malattia agli occhi che lo portava ad una cecità progressiva (si legga la testimonianza di Vito Tornabene). Il Prefetto lo seppe e lo ricattò: in base al grado di cecità che lui aveva raggiunto poteva essere licenzialo dalla scuola dove non aveva la stabilità dell'impiego, perché Pedalino era tecnico pratico in una scuola di Avviamento Professionale, Pedalino cedette.
Non so quali altri ricatti gli furono fatti dalla mafia di S. Giuseppe Iato, suo paese d'origine. Sta di fatto che ai primi di marzo egli scomparve dalla circolazione".

Questo fatto avveniva a Palermo, questo era il clima che si viveva in tutta la Sicilia.
Segretario della Federterra Provinciale venne eletto Carmelo Librizzi di Calascibetta, uno dei fondatori del P.C.I. , persona molto seria, equilibrata, che fu mio maestro.
La presenza di un Segretario Provinciale come Carmelo Librizzi era una sicurezza per i giovani. Avere avuto per collaboratori e maestri un gruppo di contadini, molto più grandi di me, come Pietro Di Bilio, Gaetano Nicosia, Ferrarello, Peppino Tilaro ed altri, mi dava forza e stimolo, a loro devo molto, non avrei fatto molta strada senza di loro.
Si erano organizzati i sindacati di categoria in tutti i venti Comuni dalla Provincia, si erano riaperte vecchie e gloriose cooperative agricole, (la E.Taverna a Centuripe, la Madre Terra ad Enna, la F. Lanza a Valguarnera ecc..), se ne erano costituite delle nuove.


La situazione politica in Sicilia

ln Sicilia nel 1944 si organizzarono e si scontrarono due blocchi sociali, il vecchio blocco conservatore monarchico faceva perno sui Monarchici, Liberali, parte della Democrazia Cristiana. cioè tutti i vecchi aristocratici, proprietari terrieri, la borghesia arricchitasi con la guerra, l'alta burocrazia statale, la mafia. Questo blocco, nella illusione di bloccare la nuova democrazia sullo stretto di Messina, diede vita e sostenne il movimento separatista di Finocchiaro Aprile, che voleva separare la Sicilia dall'Italia.
L'altro blocco sociale formatosi a seguito della vittoria contro il nazismo e il fascismo con la guerra di liberazione, era aggregato attorno ai partiti Socialista e Comunista, i sindacati, la sinistra democratica cristiana, la parte del cattolicesimo progressista. i repubblicani.
Il movimento separatista aveva messo radici nelle grandi città e nei grossi comuni dell'interno (nel 1944 aveva raggiunto 500.000 tesserati). nei centri minerari e agricoli; era guardato con diffidenza dai minatori, dai contadini, i lavoratori, perché alla testa del movimento vi erano molti baroni, grossi gabelloti terrieri, proprietari di miniere.
Il movimento separatista aveva fatto presa sul ceto medio urbano e su certi ambienti giovanili ove l'odio ed il rancore verso lo stato unitario monarchico, il miraggio di diventare la quarantanovesima stella della bandiera americana in uno stato autonomo, spinse molti ad aderire al movimento militare del separatismo. l'E.V.I.S. (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana) sostenuto dai servizi segreti americani, italiani e dalla mafia.
Vennero incorporate quasi tutte le bande armate di briganti, con alla testa la Banda Giuliano e la pericolosa Banda dei Niscemesi , lo stesso Giuliano fu promosso al grado di Colonnello, dell'E.V.I.S. I1 braccio armato dei separatisti (E.V.I.S.) era comandato dal catanese Concetto Gallo, aveva delle basi in molte zone della Sicilia, dove si svolgeva l'addestramento (nel palermitano, nelle Madonne, ecc..). Il campo con la sede del comando generale si trovava vicino Caltagirone nel bosco S. Mauro.
II ritorno allo stato unitario, il nuovo assetto democratico, le mutate condizioni politiche costrinsero il movimento separatista ad arretrare e lo Stato Italiano impegnò truppe, cannoni, carri armati in una battaglia campale per snidare e distruggere la base di S. Mauro.
Lo sbando del movimento e le operazioni equivoche provocarono all'interno del movimento stesso una spaccatura tra Finocchiaro Aprile, leader del blocco più conservatore, aristocratico. agrario, mafioso, e l'Avv. Antonino Varvaro esponente del ceto medio urbano idealista; i due tronconi in seguito si scissero con l'adesione dell'Avv. Varvaro allo schieramento di sinistra.
Lo scontro tra i due blocchi, oltre ad essere uno scontro sociale, assunse i connotati di uno scontro politico, per una Sicilia autonoma in uno stato unitario.
Il referendum del 1946 con la vittoria della Repubblica, la nomina provvisoria di De Nicola a Presidente, la costituzione di un Governo unitario formato da tutti i partiti che avevano dato vita alla Resistenza contro i nazifascisti, modificarono lo scenario politico siciliano.
La nomina ad Alto Commissario dell'Avv. Salvaggi, uomo di grande prestigio e amante della Sicilia, di sicura fede repubblicana, creò le condizioni per un progetto serio, autonomistico, per venire incontro alle legittime aspirazioni del popolo siciliano in uno stato unitario e repubblicano.
Nei centri agricoli, i contadini poveri vivevano in abitazioni. quasi sempre a pianterreno, senza servizi igienici, acqua con-ente e luce elettrica, nello stesso locale vi era la stalla per l'asino, in un angolo veniva sistemata la paglia ed il fieno. qualche volta separato da un leggero muro, accanto c'era 1' "alcova", cioè la zona notte per tutta la famiglia, non mancavano le galline e per i pochi che la possedevano, la capra.
In molti feudi, fuori del fabbricato principale, veniva consentito ai mezzadri poveri di risiedere nella masseria, nei cosiddetti "pagliai,, , abitazioni costruite con muri a secco e con tetti spioventi a due falde di canne e frasche intrecciate, comprendenti un grande locale, dove trovavano sistemazione le famiglie e gli animali.
Nei paesi di montagna, tra cui il capoluogo Enna, parecchie famiglie di contadini poveri abitavano nelle grotte; in un piccolo paese della provincia, Sperlinga, agli inizi del 1900 1'80% della popolazione viveva nelle grotte. Anche ad Enna vi abitavano più di duecento famiglie, settanta di queste famiglie aggrottate vennero trasferite al Villaggio Pergusa in trentacinque casette agricole costruite appositamente nel 1936.
In tutta la provincia furono censiti 16.643 braccianti agricoli "Iurnatara", cioè lavoratori giornalieri, non funzionando gli uffici del collocamento, l'ingaggio avveniva nella "piazzetta" .
In tutti i paesi vi era una piazzetta dove la mattina presto, ancora con il buio, si recavano i braccianti con l'arnese da lavoro, zappa o falce, secondo il periodo.
Chi doveva ingaggiare i braccianti, si recava in questa piazzetta e li assumeva, ma chi era attivo nel sindacato e chi chiedeva il rispetto salariale, difficilmente veniva ingaggiato; la discriminazione era un mezzo ampiamente esercitato dai proprietari terrieri per scoraggiare i più attivi e combattere il sindacato.
Se l'azienda era molto distante dal paese, i braccianti rimanevano parecchie sere nell'azienda, in quel caso veniva offerto loro vitto ed alloggio, sottraendolo dalla paga (l'alloggio voleva dire dormire nelle stalle assieme agli animali). Per i braccianti che non trovavano ingaggio, il ritorno a casa era angosciante perché restava il problema di come portare il pane ai figli.
La tipologia dei fabbricati esistenti nei feudi baronali era la stessa da secoli: un grande quadrilatero massiccio con un solo ingresso chiuso da un grande portone con sopra la "guardiola" per il guardiano, c'era l'ala riservata all'abitazione del padrone, la zona per il sovrastante ed il campiere (sempre "uomini di rispetto"), stalle, magazzini forniti di finestre con grate di ferro, la "ribatteria", locale, dove veniva cucinato il pane e cotta la minestra la sera per i salariati e quasi ovunque una piccola chiesetta con la campana. Questo era il potere che padroni e mafiosi esercitavano per tenere sottomessi i contadini; il prete di campagna andava a dire la messa ogni quindici giorni per le famiglie che abitavano nei pagliai, nell'omelia spiegava i Vangeli e la venuta dì Cristo ad uso e consumo dei padroni, invitando i contadini alla rassegnazione ed all'ubbidienza e a non ribellarsi mai ai padroni perchè davano loro pane e lavoro, perché i ricchi c'erano sempre stati così come i poveri, ed il Signore nel feudo era uno, sia per i baroni ed i mafiosi che per i contadini poveri. Sin dal Medioevo il vecchio clero aveva funzionato sempre da stampella al potere baronale.
Dopo le rivolte contadine della fine dell'800 e del nuovo secolo, parte del clero, ricordandosi della parabola evangelica la quale affermava che "era più facile che un cammello sarebbe entrato per la cruna di un ago piuttosto che un ricco nel regno dei cieli", in moltissime occasioni si schierò con i lavoratori sfruttati e poveri.


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