Condannati a morte (parte 4) - Il Campanile Enna

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Condannati a morte (parte 4)

I luoghi della memoria > Civiltà contadina > Condannati a morte

Storie di lotta contadina.

tratto da : "Condannati a Morte, brevi cenni delle lotte contadine dal 1944 al 1950 nella Provincia di Enna"
di Pino Vicari

"Condannati a morte" scritto da Pino Vicari nel 2002, è una lezione di storia vera, una testimonianza della Sicilia negli anni del dopoguerra, della grande lotta dei movimenti democratici per l'emancipazione della nostra isola dal latifondo e dalla mafia. Il titolo "Condannati a morte" si riferisce alla sentenza di morte promulgata in un summit mafioso contro lo stesso Pino Vicari e Carmelo Librizzi, in qualità di esponenti del movimento contadino, sentenza fortunatamente mai eseguita.      

Da un racconto di Pino Mancuso, allora giovane dirigente

Un gruppo di mezzadri della Baronessa Penna (proprietaria del feudo S. Bartolo in territorio del Comune di Aidone) venne alla C.G.I.L. di Enna chiedendo di essere assistiti per l'applicazione della legge sulla ripartizione dei prodotti, che prevedeva il 60% al mezzadro e il 40% al proprietario. Dalla Segreteria della C.G.I.L. venni incaricato di assistere il gruppo di mezzadri. Con loro stabilimmo d' incontrarci nel pomeriggio a Valguarnera. Non avendo altro mezzo di trasporto, alle ore 14 presi il pullman della Sais e mi recai a Valguarnera, portando con me uno stralcio della legge vidimata dal Prefetto di Enna. Incontrai di nuovo il gruppo dei mezzadri e stabilimmo di partire alle ore due di notte a dorso di mulo per trovarci all'alba nel feudo S. Bartolo. La sera andai a dormire da una zia di mia moglie, residente a Valguarnera, Puntualmente siamo partiti e all'alba siamo arrivati nel feudo dove c'erano altri mezzadri ad aspettarci. Ci siamo riuniti, ho spiegato l'importanza della legge ed ho costituito un Comitato di mezzadri, in rappresentanza, per andare a discutere con l'Amministratore della Baronessa Penna. L'amministratore era un uomo alto, vestito con abiti di velluto, con un fazzoletto al collo e con un fucile alla spalla. Mi sono presentato dicendo che ero un rappresentante sindacale e che su richiesta dei mezzadri chiedevamo l'applicazione della legge sulla ripartizione dei prodotti. La risposta dell'Amministratore è stata quella che non conosceva nessuna legge e la ripartizione doveva avvenire come sempre (50% e 50%). Nonostante tutti i miei tentativi di insistere mostrando lo stralcio della legge, vidimata dal Prefetto, per 1'Amministratore, la legge non esisteva. Avevo proposto un'incontro tra le parti dal Prefetto, la risposta fu quella che lui non andava in nessun posto. I mezzadri, amareggiati dall'incontro, mi chiesero che cosa bisognava fare. Spiegai ai mezzadri l'importanza della lotta che noi comunisti portavamo avanti per la ripartizione dei prodotti, ma che si inseriva in una lotta più grande, la lotta contro il feudo e per dare la terra a chi la lavora. Per liberare l'uomo dal bisogno, per la libertà, contro la mafia, la prepotenza. Per vincere questa grande battaglia bisognava però, essere uniti ed avere coraggio. Nel caso specifico, su come fare rispettare la legge sulla ripartizione dei prodotti, proposi una sola parola d'ordine: "tutti per uno uno per tutti". La parola d'ordine consisteva nel fatto che tutti i mezzadri assieme avrebbero ripartito il prodotto, il grano, mettendolo nei sacchi e mettendo da una parte il 60% per ogni mezzadro e il 40% da un'altra parte per il padrone. Per ogni partita bisognava fare un verbale nel quale veniva registrata la produzione e la ripartizione. Quel verbale veniva firmato dal mezzadro interessato, ma anche dagli altri mezzadri nella qualità di testimoni. I1 verbale veniva compilato in duplice copia: una restava al mezzadro, l'altra doveva essere assegnata al padrone, in questo caso all'Amministratore della Baronessa Penna. I mezzadri accettarono la proposta e ci siamo messi al lavoro. L'entusiasmo era enorme a dire la verità, per l'esperienza che avevamo avuto in tanti anni di lotta per la ripartizione dei prodotti, prima di partire da Enna, nella mia borsa avevo messo tante copie di schema di verbali con la carta carbone e così, mentre i mezzadri misuravano il grano con il famoso “tummino”, io andavo redigendo i verbali. Quel lavoro durò quasi tutta una giornata. A distanza, senza mai avvicinarsi abbiamo visto quattro persone con fucili alle spalle. Abbiamo pensato che fossero uomini mandati dall'Amministratore della Baronessa Penna. Terminato il lavoro e redatti i verbali bisognava decidere cosa fare. Io proposi che una delegazione di mezzadri con me doveva consegnare i verbali e poi caricare i muli e incominciare a trasportare il grano a Valguarnera. Così abbiamo fatto. Al momento di consegnare i verbali, l'Amministratore non si è fatto trovare. Abbiamo pensato di consegnare i verbali a uno dei quattro personaggi che si erano mantenuti a distanza. Questi fa sapere di non saperne niente della faccenda e di non prendere nessun verbale. Da quel momento abbiamo deciso di lasciare i verbali davanti a quell'uomo, per terra, mettendogli una pietra sopra per evitare che il vento li portasse via e di incominciare a caricarci i muli per trasportare il grano a Valguarnera. Incominciava ad imbrunire. Mentre stavamo per caricare i muli, le quattro persone con i fucili spianati ci hanno circondato imponendoci di scaricare i muli e di non muoverci, altrimenti avrebbero sparato. Siamo rimasti tutti durante la notte appollaiati vicino ai sacchi di grano. Un mezzadro mi diede la "chiumazzata” del suo mulo per coprirmi dalla "sussurrata” della notte. La mattina seguente. dando uno sguardo attorno, ci siamo accorti che i quattro che ci avevano minacciati non c'erano più. Non si vedeva anima viva. Allora abbiamo deciso di caricare i muli e partire per Valguarnera. Avevamo appena caricato i muli e. avviati per la trazzera che porta a Valguarnera, davanti a noi abbiamo visto un nucleo di Carabinieri un po' sparpagliati, con i fucili spianati. che venivano verso di noi. Mi sono reso conto che l'Amministratore del feudo, di fronte alla nostra decisione di far applicare la legge, durante la notte aveva avvisato i Carabinieri di Aidone. Alla vista dei Carabinieri, dissi ai mezzadri di fermarci. Due Carabinieri si erano distaccati dal nucleo ed erano primi. Uno di questi col fucile spianato, arrivato al capo-retina che dirigeva i muli carichi di grano, puntandogli la canna del fucile al petto, gli impose di tornare indietro e scaricare il grano. Lui, ricordo ancora, era un giovane mezzadro con i capelli rossicci, non ricordo come si chiamava: alla intimidazione del Carabiniere, con tutte e due le mani si strappò la camicia dal petto e rivolgendosi al Carabiniere gli disse: "spara, spara se hai coraggio, il grano è mio!". Poi con un colpo fulmineo strappò il fucile al Carabiniere il quale per lo strattone cadde per terra. Alla vista del fatto sono subito intervenuto facendomi dare il fucile dal giovane mezzadro, cercando di calmarlo e consegnare il fucile al Carabiniere che nel frattempo si era rialzato. Si creò una gran confusione, poi sono arrivati il resto dei Carabinieri comandati dal Maresciallo Aiello che io già conoscevo per altre vicende. Stabilita la calma si convenne di riunirci in Prefettura per discutere sull’applicazione della legge. La legge venne applicata. Nella zona di Valguarnera quella vittoria determinò grande entusiasmo tra i contadini e nel mondo del lavoro. Ringraziai il Carabiniere che dopo lo strattone non fece alcuna denuncia contro il giovane mezzadro, dichiarandomi che anche lui era figlio di contadini sfruttati. Seppi, poi, che quel giovane era emigrato in Belgio.
Pino Mancuso

Feudo Mantrerotonto di proprietà della famiglia Seminara da Catania

Lungo la statale che da Enna porta a Catania, dopo la stazione ferroviaria del Dittaino, vi era una grossa azienda, abbastanza moderna per quei tempi. Zona di buone terre per coltivare grano, nel feudo vi erano molti mezzadri dei Comuni di Leonforte ed Assoro, due comuni amministrati dai partiti di sinistra, i contadini erano molto combattivi e bene organizzati e diretti dai giovani dirigenti Carosia, La Delfa, Proto da Leonforte e Panto e La Biunda da Assoro.
I contadini chiesero l'intervento dei dirigenti per potere dividere il grano, che si trovava pronto nelle aie, con la Legge Gullo; il proprietario, come da copione, cercava di cavillare; i dirigenti locali chiesero l'intervento della Federterra Provinciale, concordammo d'incontrarci alla stazione di Dittaino e dalla stazione con un carro agricolo raggiungemmo l'azienda. Trovammo il proprietario Mauro Seminara aperto a discutere, cercò con tutti i mezzi di limitare il danno, i contadini fuori dall'azienda manifestavano insistendo, volevano il grano che spettava loro con la legge Gullo. Un giorno di discussioni, alla fine si trovò un accordo approvato dai mezzadri e si stabilì di incominciare la ripartizione del grano, 60% ai mezzadri e il 40% al proprietario.
Nel cortile dell'azienda c'eravamo i dirigenti e la rappresentanza dei mezzadri che discutevano; ad un tratto da sotto un capannone esce un trattore cingolato guidato da un giovane, il trattore si dirigeva verso di noi, il Seminara si mise a gridare mettendosi davanti al trattore costringendolo a fermarsi. Il vecchio Mauro Seminara evitò una strage e salvò suo figlio. Il giovane che guidava il trattore era uno dei figli del Seminara, non accettava “l'umiliazione”, di doversi accordare con i “viddani”, i contadini ed applicare la legge, perse la calma e voleva metterci sotto il trattore.
I contadini di Leonforte ed Assoro, numerosi, vinsero la battaglia portandosi a casa centinaia di quintali di grano in più.


Feudo Geracello, proprietario il Barone Geracello da Enna

I1 feudo Geracello era ubicato tra Enna e Barrafranca. attraversato dalla strada statale che da Enna porta a Barrafranca di proprietà di una nobile famiglia ennese, i Geracello. La stessa Famiglia possedeva altri feudi a Scioltabino e Magamila erano migliaia di ettari. Nei feudi di Scioltabino e Magamila la quasi totalità dei mezzadri erano ennesi nel feudo Geracello erano di Barrafranca. mezzadri che partivano la mattina e ritornavano la sera in paese. Barrafranca era un paese ove le sinistre avevano la maggioranza assoluta, vi era una forte organizzazione sindacale e una grossa cooperativa – La Madre Terra -. i contadini erano sindacalizzati e nel feudo facevano riferimento al Consiglio di Feudo. Chiamati dai contadini, ci recammo con il compagno Librizzi, Segretario provinciale della Federterra ed il più preparato in materia di divisione dei prodotti, nel feudo Geraccello. La Masseria mi impressionò per il suo grande fabbricato e per la struttura: un portone immetteva in un grande cortile, da un lato c'erano grandi magazzini, stalle, ed altri locali, dall'altro lato altre stalle, il locale ove si preparava da mangiare per i salariati, il forno per la cottura del pane, le abitazioni per il personale salariato, per i campieri ed altro personale occupato nell'azienda. Di fronte il portone una bella costruzione con un primo piano, portone d'ingresso e sopra un grande balcone; nell'ampio ingresso. nella parete vi erano un grande paio di corna. doveva essere un trofeo, l'interno era antico e bello. Fuori del quadrilatero vi erano i recinti per le pecore ed i bovini, le abitazioni per i pastori, una sorgente alimentava un abbeveratoio e l'abitazione. L'azienda era diretta dalla baronessa, essendo il marito morto giovane, una vera Signora, una nobildonna. Nei feudi di Geracello come campieri e sovrastanti vi era il fior fiore della mafia ennese, tutte persone di “rispetto”, Sebastiano Varelli inteso “Canalè”, Gaetano Dell' Aera “Cuticthiiddu”, Cancilleri (morto ammazzato); fungeva da amministratore un certo Gallina, aveva fatto per tanti anni l'autista al barone ed alla sua morte era rimasto nella famiglia come uomo di fiducia. L'azienda dava lavoro a tanti braccianti, mesaruoli e annaruoli. Riuscire a sfondare nel feudo Geracello avrebbe avuto una ripercussione nei feudi vicini, avrebbe dato coraggio ai contadini, in fondo ci si scontrava con personaggi mafiosi di grande spessore, se si passava a Geracello tutto sarebbe stato più facile nei feudi vicini. La campagna venne preparata accuratamente, prima della trebbiatura ebbero luogo molte riunioni sia in paese che nel feudo, nel momento della trebbiatura fu tutto bloccato e si iniziarono le trattative. Trovammo la baronessa disposta a trattare, i mafiosi recalcitravano, per loro sarebbe stata una “tagliata di faccia” . Dopo diversi incontri, con la presenza dì un alto funzionario dell’Ispettorato dell’ Agricoltura Dott. Granozzi si raggiunse e un accordo: si sarebbe dato inizio alla trebbiatura, il grano si divideva subito perdendo il seme, 50% al proprietario e 50% al mezzadro, senza altre trattenute e balzelli, si sottoscrissero del verbali per ogni mezzadro lasciando in contestazione il 10%, di differenza. L'accordo prevedeva che per la  differenza si sarebbe rimesso tutto alla decisione della commissione Circondariale. Fu un trionfo per Carmelo Librizzi, in commissione smontò la tesi del rappresentante dei proprietari e 1a decisione della Commissione fu quella di restituire il 10% ai mezzadri, venne concordata la data perché ai mezzadri si restituisse il 10% accantonato. Il giorno fissato. ci recammo nell'azienda Geracello, da Barafranca arrivò una colonna di contadini, con asini, muli, carri e molte donne, sembrava una scampagnata, fu una festa popolare. La baronessa affacciata al balcone con grande signorilità salutava tutte quelle donne. il cortile si riempì, i1 signor Gallina ed il sovrastante dell’Aera aprirono il magazzino, i mezzadri ad uno a uno sì presentavano con il verbale. il grano veniva pesato, versato nei sacchi e caricato sulle bestie e sui carri. nel corso della giornata si svuotarono  quasi due magazzini. La Signora guadava tutta quella gente festosa che si portava a casa il grano, ogni famiglia che ripartiva la salutava e rispondeva con un sorriso agitando la mano.
Con Librizzi guadavamo quella scena e notammo qualche lacrima luccicare negli occhi della baronessa,  eravamo anche noi felici, la gioia dei contadini e delle loro donne che ci salutavano abbracciandoci ci aveva contagiati, alla fine salutammo la baronessa, abbiamo apprezzato il suo impegno e la sua signorilità, non sono cose che si  dimenticano; nelle sue terre si applicò la legge anche negli anni successivi. I mafiosi, in quell’occasione non poterono agire come avrebbero voluto; anni dopo, nel feudo Puputello, limitrofo al feudo Geracello, uno dei capi della lotta contadina, il barrese Liborio Lanza fu trovato morto ammazzato nel suo piccolo podere.


Nei feudi Pasquasia del Cavaliere Militello e Marcatobianco del Barone Valenti

Molli mezzadri ennesi avevano finito di trebbiare. Il responsabile del Consiglio di feudo, un contadino. un certo Puglisi Luigi, sì recò ad Enna chiedendo l'intervento del sindacato affinchè lo assistesse, il proprietario non ne voleva sentite della Legge Gullo. Assieme al compagno Speziale, con una macchina di noleggio del signor Savarese, ci recammo a Pasquasia. Dopo le solite schermaglie legali ed i numerosi cavilli avanzati dal proprietario, l'atteggiamento deciso dei mezzadri convinse il proprietario all’accordo con riserva: si procedette alla ripartizione del grano, i mezzadri si portarono a casa il loro 60%; il proprietario minacciò dì sporgere denuncia alle autorità. cosa che avvenne regolarmente. Quasi limitrofo a Pasquasia vi era un altra grande feudo, MarcatoBianco dei Baroni Valenti, i mezzadri erano tutti del paese di Pietraperzia, essendo le terre più vicine a quel comune. Il barone aveva costretto i mezzadri ad ammucchiare i covoni tutti nelle stesso posto vicino la masseria: ciò faceva comodo al barone per essere più vicino ai magazzini. Ci spostammo con Leonardo Speziale a MarcatoBianco, i mezzadri non volevano che si iniziasse a  trebbiare senza la nostra presenza. Il barone Valenti spalleggiato da due campieri (di cui uno claudicante), molto noti a Pietraperzia, minacciò dì denunziarci per violazione di domicilio, se non fossimo andati via dalle sue terre; non volle riconoscere i nostri documenti quali dirigenti del sindacato e componenti della commissione Circondariale. Il barone con uno dei suoi campieri partì in macchina per  Pietraperzia. per andare a chiamare i carabinieri, noi restammo con i mezzadri vicino i covoni per concordare con i contadini il nostro comportamento, comunque decisi a procedere alla ripartizione. In attesa dei carabinieri, incominciammo a preparare i verbali. Ad un tratto sentiamo gridare l'autista Savarese in mezzo agli enormi mucchi di covoni, cosa era accaduto: il campiere claudicante pian piano si era piazzato con il fucile spianato dietro un mucchio di covoni, il nostro autista Savarese, vecchio autista di piazza ma grande cacciatore, regolarmente fornito di porto d'arma, teneva un fucile nel portabagagli della sua macchina, avendola parcheggiata vicino al fabbricato, poco distante da dove si trovavano i covoni, si accorse di questo signore che se ne stava appollaiato dietro i covoni con il fucile spianato, aprì il portabagagli, prese il suo fucile, lo caricò, si avvicinò al campiere e gridando in modo che potessero sentirlo tutti gli intimò di posare il fucile a terra. Rimanemmo tutti sorpresi, il campiere posò il fucile a terra e l'autista lo tenne sotto la minaccia del suo fucile sino all'arrivo dei carabinieri. Il clima si era fatto pericoloso, il maresciallo, partito dal paese con due carabinieri per spalleggiare il barone, si trovò una massa enorme di mezzadri decisi. Il Maresciallo non poteva opporsi alla legge che esibimmo e alla circolare Prefettizia che invitava le forze di polizia alla collaborazione, egli cambiò atteggiamento accettando la proposta compromissoria del sindacato; si dette inizio alla trebbiatura. Secondo la legge i mezzadri si portavano a casa il loro 60%, il barone avrebbe portato la vertenza in seno alla Commissione Comunale e i mezzadri sottoscrissero l'impegno che, nel caso in cui la commissione avesse dato ragione al barone, i mezzadri avrebbero restituito la differenza del 10%. In paese si era sparsa la notizia di quello che stava avvenendo nel feudo e, preoccupati, incominciarono ad arrivare gruppi di parenti, uomini e donne; il maresciallo lasciò i due carabinieri per assistere alla trebbiatura. La Commissione Comunale, per legge, era presieduta dal Sindaco (il Sindaco di Pietraperzia era comunista, l'insegnante Giuseppe Barrile); la commissione, quando trattò la pratica, dopo parecchie sedute infuocate, decise favorevolmente per i mezzadri. Fu una grossa sconfitta per il barone Valenti e per i suoi mafiosi, quella sentenza diede fiducia ai contadini degli altri feudi ed a Pietraperzia; la Legge Gullo si applicò a tappeto. Il buon autista Savarese, con il suo vizio della caccia, quel giorno probabilmente salvò qualche vita umana.


Feudo Carrangiaro e Purrazzedda del Barone Rosso da Enna

Antico feudo in territorio di Enna, tra il bivio Benesiti e Bivio Ramata, di proprietà della vecchia casata, dei Baroni Rosso, proprietari di miniere di zolfo oltre che di parecchi feudi. La seguente storia si svolse in uno dei loro feudi, Carrangiaro, pieno dì mezzadri ennesi. Un grande caseggiato, antico nella struttura, ancora oggi in funzione ed in buono stato. La caratteristica di questo feudo era la zona montagnosa e rocciosa piena di conigli, destinata a riserva di caccia, con una grossa sorgente d'acqua che, con le sue vasche alimentava di orti e giardini. In una di quelle case coloniche facenti parte dell'ex Ente del Latifondo istituito nel periodo fascista, non molto distante dalla masseria. abitava da molto tempo una numerosa famiglia di mezzadri, la famiglia Faraci, il cui vecchio capo famiglia era un sordomuto.
Due dei figli, Paolo e Filippo, si erano messi alla testa dei numerosi mezzadri, organizzandoli nel sindacato, ed essendo dei grandi lavoratori, avevano conquistato la fiducia degli altri mezzadri. Fungeva da amministratore un parente molto stretto del barone Rosso, un certo Potenza; campiere era un certo Cammarata Giovanni, vecchio “uomo di rispetto”.
Il Faraci, con altri mezzadri avevano chiesto l'applicazione della Legge Gullo. cioè la ripartizione del 60 e 40%, il barone, spalleggiato dai suoi “Bravi”, non ne voleva sentire. anzi minacciava i mezzadri di volerli cacciare fuori dalle terre. Dopo la trebbiatura il grano era nelle aie pronto per essere ripartito, il Faraci sì recò ad Enna per chiedere l'intervento del sindacato. assieme a due dirigenti della Lega di Pergusa, da cui dipendeva la zona di Carrangiaro. Cacciato e Turco; ci recammo sul posto. Il padrone non voleva riconoscere la legge. un gruppo numeroso di mezzadri iniziò la ripartizione, lasciando il 40% spettante al proprietario nelle aie. accompagnato dal solito verbale firmato dai testimoni. Il giorno dopo arrivò la polizia per presidiare l'azienda e le aie ma i contadini avevano già potuto a casa il loro 60%.
Il feudo Carrangiaro confinava con altri grossi feudi, Capitone del conte Ayala, Scioltabino del barone Grimaldi, Puputello ed altri; i mafiosi della zona tennero una riunione per intimorire i mezzadri e bloccare le loro richieste: minacce, sparatorie notturne, uccisione dì animali furono all'ordine del giorno. I mezzadri della zona. in stragrande maggioranza
riuscivano a far rispettare la legge. I fratelli Faraci, assistiti dai dirigenti del 'Villaggio Pergusa. si spostavano da un feudo all'altro, minacciati continuamente dai mafiosi. Sei mesi dopo questi avvenimenti, nella vicina contrada del Bivio Ramata sparisce un giovane, figlio di una famiglia di agricoltori benestanti, la famiglia Barbera. Le indagini della polizia furono affidate ad un commissario che mesi prima, chiamato dal Barone Rosso, aveva presidiato l'azienda e le aie, partecipando a prandi abbuffate di agnelli e polli. Questo Commissario, proveniente dalla zona di Napoli non godeva di buona fama negli ambienti della Questura, ove prestavano servizio ottimi commissari siciliani. molto più competenti in materia di sequestri di persona.
Tra i primi ad essere arrestati furono i fratelli Faraci, Paolo il più giovane e Filippo il capo lega. Era chiara la vendetta e la provocazione. L’On. Calandrone presentò una interrogazione alla camera dei Deputati, chiedendo chiarimenti al Ministro degli Interni. L’organizzazione sindacale costituì un collegio di avvocati e medici, perché si temeva che i due arrestati potessero essere sottoposti a maltrattamenti; furono distribuiti migliaia di manifesti, la stampa incominciò ad interessarsene. Dopo quindici giorni il più giovane dei fratelli Faraci, Paolo, venne messo in libertà, l'altro fratello Filippo venne trattenuto per quindici mesi in carcere. In un secondo tempo, i Carabinieri si occuparono delle indagini ed il Commissario venne trasferito fuori dalla Sicilia. Nel giro di alcune settimane, i Carabinieri arrestarono un malavitoso, un certo Piccicuto da Pietraperzia, assieme alla banda che, con il “lascia passare”, dei mafiosi della zona, avevano sequestrato il giovane Barbera a scopo di estorsione; non essendo i Barbera grandi proprietari, era chiara la provocazione. Il giovane venne liberato, i banditi furono tutti arrestati; Faraci Filippo, sostenuto dal movimento contadino, senza alcun processo, dopo essere stato trattenuto in carcere per tanti mesi, finalmente riacquistò la libertà e poté tornare alla sua famiglia.


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