Enna e il Santuario di Demetra - Il Campanile Enna

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Enna e il Santuario di Demetra

I luoghi della memoria > Rocca di Cerere

Post pubblicato il 3 agosto 2014, testi e foto Prof. Sandro Amata. © riproduzione permessa con citazione delle fonti.

ENNA
E IL SANTUARIO DI DEMETRA

Pianta del castello 

(da una pubblicazione GAL Rocca di Cerere e soprintendenza di Enna, 

ricostruzione di Giuseppe Amato, grafica Antonio Cristaldi)

La storia della ricerca archeologica ad Enna è contraddistinta dalle problematiche causate dalla continuità abitativa che si è sviluppata sulla sommità, il continuo riutilizzo dei materiali da costruzione, associato al lento ma inesorabile processo dello sviluppo urbanistico, dal medioevo in poi, hanno reso difficile il lavoro di individuazione e messa in luce di testimonianze riferibili al periodo che va dalla preistoria fino all’epoca romana.
Enna acquisisce un ruolo di primo piano nel mondo antico con l’arrivo dei coloni greci in Sicilia iniziato a partire dall’ VIII sec. a. C., la sua notorietà derivava dal fatto che era stata eletta a sede principale ed originaria del mito e del culto della dea Demetra e di sua figlia Persephone.
Le fonti storiche hanno fornito sufficienti notizie sia sulla localizzazione del mito sia sul luogo dove sorsero le strutture religiose.

l’area del castello
con le zone della scarpa rimaneggiate

La parte sommitale dell’acropoli di Enna è costituita da una piattaforma calcarenitica su due livelli, in quello più alto fu costruito il tempio principale su ordine del tiranno Gelone che così volle onorare la vittoria del 480 a. C. conseguita ad Imera contro i cartaginesi, altri tiranni ricorderanno l’epica battaglia dedicandole imponenti costruzioni religiose come nel caso di Agrigento e Selinunte.
Nelle vicinanze del tempio voluto da Gelone fu costruito il tempio di Proserpina, intorno a questi due edifici furono posti i simulacri di Cerere e Trittolemo. In questo cortile del castello medioevale negli anni 40’ furono condotti dei lavori di sbancamento per la creazione di vasche per l’acqua potabile che di fatto hanno cancellato le strutture interrate riferibili ai due edifici sacri. Alcune fotografie scattate durante i lavori documentano la presenza di blocchi isodomi di notevoli dimensioni da mettere in relazione con il basamento del tempio.

lavori per la costruzione delle vasche per l’acqua potabile (1920).

Nella foto a destra: veduta del castello dalla Rocca di Cerere  
1900 circa

(archivio Soprintendenza Enna)

Prima della distruzione dei resti del tempio centrale, agli inizi del secolo l’archeologo Paolo Orsi, grazie al rinvenimento di un masso su cui era inciso il nome di Demetra avanzò l’ipotesi che l’area complessiva del santuario comprendeva anche parte delle pendici sottostanti il pianoro sommitale.
A seguito dei lavori di scavo e restauro del monumento condotti nell’ultimo ventennio, si sono acquisiti nuovi dati archeologici che confermano sia i racconti degli storici che le ipotesi avanzate da Paolo Orsi.
Queste nuove scoperte sono da riferirsi all’organizzazione dell’area nel periodo preistorico, greco e tardo antico. La prima problematica posta da questi nuovi dati riguarda l’accesso alla zona del santuario principale, sul finire degli anni ottanta uno scavo eseguito sotto il palcoscenico del teatro moderno, nel cortile San Nicolò, portò alla scoperta di una scalinata scavata nella roccia che conduceva, attraverso un’apertura sul fianco del costone, all’esterno del pianoro.

rilievo e foto scalinata

Alcuni simboli incisi sulla volta, croce e monogramma, indicano che in epoca bizantina il passaggio fu ampliato. Sui fianchi della strada erano state scavate tre tombe di probabile età medioevale, mentre una grande vasca che raccoglie le acque di una sorgente, ancora oggi attiva, si trova poco prima dell’uscita. Da questa vasca diparte una canaletta per il convogliamento dell’acqua che percorre il fianco esterno del costone fino ad arrivare sul lato occidentale del castello. La canaletta è dello stesso tipo di quella presente nel santuario rupestre di Demetra ad Agrigento. A fianco alla canaletta furono poi organizzate alcune vasche e pozzetti votivi che trovano confronto puntuale nei pozzetti presenti nel sacello di età arcaica di Cozzo Matrice, in quello rinvenuto nel santuario della vicina c.da S. Ninfa e, come concetto, nel sistema di vasche del santuario di Agrigento. L’ingresso esterno presenta su di un lato, che non risulta compromesso da interventi recenti, i resti di un portone monumentalizzato, mentre l’altro lato fu ampliato negli anni 60’ per poter trasportare le scenografie del teatro moderno attraverso l’argano che si trovava sotto il palcoscenico.  

foto 1
canalizzazione e pozzetti

foto 2
pozzetto votivo sacello Cozzo Matrice

foto 3
pozzetto votivo Castello

Tutto questo sistema di pozzetti e vasche posto all’ingresso porta alla formulazione di un ipotesi circa la presenza di un santuario collegato al culto delle acque che fungeva da passaggio obbligato dei fedeli prima dell’accesso al santuario principale.
Da questo primo importante dato si desume il ruolo che svolse l’anello roccioso su cui sorse successivamente il castello di Lombardia, un ruolo non secondario all’interno dell’organizzazione dell’area del Santuario.
“Vi è un nominato prato in alto pianeggiante e ricco di acque; all’intorno elevato e da ogni parte scosceso per i precipizi……” questo estratto di Diodoro Siculo fa parte della narrazione delle vicende di Demetra e rende appieno il profondo legame fra l’ambiente, la natura e l’essenza più profonda del mito. Nel periodo greco la sommità di Enna trasudava vita in relazione alle diverse sorgenti di acqua dolce presenti nell’anello roccioso, dunque luogo abitato da ninfe protettrici che facevano da contorno alle dee principali.


Ingresso alla scalinata

Ma inizialmente l’altura di Enna non ebbe un utilizzo di natura religiosa ma bensì funerario, infatti nel perimetro roccioso è ancora oggi rintracciabile la presenza di alcune tombe riferibili all’Età del Bronzo, all’Età del Ferro e al periodo arcaico. Di esse nella maggior parte dei casi rimane l’impronta della sezione perché in alcuni punti il costone roccioso ha subito dei rimaneggiamenti, forse dovuti alle diverse esigenze difensive sorte durante il periodo medioevale. A partire da queste considerazioni si può anche ipotizzare quali sono le zone del perimetro che sono rimaste integre rispetto al periodo greco e preistorico.
Sono leggibili nelle pareti i profili di quattro tombe del periodo castelluciano (Età del Bronzo) a grotticella artificiale, testimonianza dell’insediamento posto sulla sommità. Già nel 1920 P.Orsi aveva rintracciato uno strato con ceramica castelluciana nella sottostante c.da S.Ninfa ipotizzando la presenza di capanne in quella zona. Gli scavi del 2009 non hanno confermato la presenza del villaggio che sicuramente era posto più in alto. Due tombe a forno dell’età del ferro attestano la continuità dell’area utilizzata come necropoli, seguite da altre due tombe a camera del periodo arcaico. Quindi le sezioni delle tombe ci indicano che in quei punti il fronte roccioso era più avanzato per una lunghezza che varia fra i due e cinque metri circa.

tombe Età del Bronzo

tomba Età del ferro

tombe a camera del periodo arcaico

La zona perde la funzione di necropoli subito dopo il periodo arcaico, quando tutta l’area viene consacrata a Demetra, a sua figlia e alle divinità che fanno da corollario al mito nel suo complesso. È in questo periodo che la sorgente principale viene monumentalizzata con le opere idriche connesse e verosimilmente viene scavata la scalinata di accesso alla sommità sede del tempio principale.
A questo periodo si devono ascrivere le edicole votive presenti nelle pareti della scarpa del castello, se ne contano tre con profili a timpano a volta e quadrata, la presenza dell’edicole lungo il perimetro e delle sorgenti suggerisce l’ipotesi che l’intero anello fosse inserito in un percorso sacro interessato durante le varie funzioni o feste che si svolgevano.

Le sorgenti sono posizionate in tre punti abbastanza significativi. La prima, quella principale, si trova, come già detto, all’ingresso dell’area del santuario centrale, la seconda è posta sul versante che guarda il Lago di Pergusa, mentre la terza è ubicata di fronte la Rocca di Cerere.

Altro particolare interessante riguarda la presenza di una croce incisa dentro un cerchio posta a fianco della seconda sorgente su una parete resa regolare in epoca antica. La presenza della croce nel versante del Lago di Pergusa può essere riferita all’esistenza di un sacello nella zona oppure può essere collegata al luogo che si aveva di fronte che era la sede del mito.

sorgenti d’acqua potabile

croce incisa

Altre emergenze riconducibili alla sfera del culto sono state scoperte nella valletta sottostante il castello di Lombardia di c.da S. Ninfa, che separa l’acropoli dalla Rocca di Cerere. L’area risulta in parte compromessa dall’attività di cave che risalgono al periodo greco ma che hanno interessato altri periodi storici fino ad arrivare ai giorni nostri. In questa valle alcune stampe risalenti al 1700-1800 riportano i disegni di strutture antiche, mentre i racconti degli anziani ricordano l’esistenza di una grande grotta con ingresso monumentale ed una grande cisterna-vasca all’interno. Il costone roccioso nella sua parte alta è caratterizzato da alcuni ipogei funerari riferibili al periodo tardoantico. Ma la scoperta più importante è relativa ad un area di culto ubicata nella zona bassa della valletta. Qui su un spuntone di roccia furono ricavate delle edicole votive di diverse dimensioni, sovrastate da un grande vano incassato. In epoca successiva all’interno delle edicole furono incise delle croci cristiane, chiaro riferimento alla pratica di alcune comunità monastiche che usavano purificare luoghi e monumenti di chiara origine pagana, come è attestato sia nell’area del castello che in altri siti archeologici della Sicilia e non solo. È molto probabile che questa pratica di apporre croci si possa far risalire al periodo delle prime migrazioni di monaci provenienti dal vicino oriente (VI-VIII sec. d. C.). Questa zona del santuario posta proprio sul limite della valletta era funzionale per quei fedeli che accedevano all’area del santuario da fuori città. In questo percorso il punto di approdo finale è rappresentato dalla Rocca di Cerere. Purtroppo l’attività di cava che ha interessato lo spuntone di roccia ne ha compromesso l’originaria conformazione. All’antico santuario si possono riferire scarni tagli sulla sommità della rocca ed una grande edicola, forse sede di una grande statua, ricavata sul fianco che guarda il castello di Lombardia e il Lago di Pergusa.
Le ipotesi di rilettura fin qui esposte naturalmente risentono della difficoltà dovute alla mancanza di depositi archeologici nella maggior parte delle zone analizzate, i riferimenti certi sono dati dalla presenza delle tombe antiche che confermano l’utilizzo dell’area da parte dell’uomo fin dalla lontana preistoria.

Santuario di contrada  S.Ninfa

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