N. Colajanni commemorazione - Il Campanile Enna

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N. Colajanni commemorazione

A letteratura du Campanaru > Scritti di Nino Savarese

Nel 90° anniversario dalla sua morte, ripubblicando il discorso commemorativo scritto da Nino Savarese in occasione della erezione del monumento a otto anni dalla morte. Il "Campanile" contribuisce alla memoria del nostro concittadino  

On. Dott. Napoleone Colajanni  

                                                                                                                                  
                                                                                                                                                                            
                                                                                                                              

La commemorazione fu pubblicata sul numero d'agosto del 1929 del "Lunario del siciliano" il periodico letterario edito da Nino Savarese che, da grande scrittore qual'era, in poche righe traccia un ritratto completo e commovente dello statista ennese.

COLAJANNI,  di Nino Savarese -

Dopo otto anni dalla morte Enna erige in questi giorni un monumento a Napoleone Colajanni.
Ricordiamoci anche noi di quest'uomo.
Non è affar nostro parlare dell'opera scientifica di Colajanni ed a toglierci ogni velleità di improvvisazione, bastano le parole che Vilfredo Pareto scrisse all'indomani della morte dello scienziato siciliano:
“ L'opera di Colajanni, diceva Pareto, meriterebbe lunga e profonda analisi, nè forse per il multiforme ingegno dell'uomo, può compiersi da una sola persona ed il lavoro dovrebbe essere diviso tra parecchi”.
Ma anche a togliere per il momento dalla personalità di Colajanni la decina di volumi, la trentina di saggi ed opuscoli e le centinaia di articoli che egli scrisse tra il 1887 e il 1921, resta al nostro esame sempre qualcosa di vitale; l'esempio di una vita, degnissimo di essere mostrato e che dovrebbe essere tenuto presente da tutti gli italiani e dai siciliani e dalle nuove generazioni in ispecie. Chi fu dunque quest'uomo che non sapeva scrivere e si fece leggere, che non fu un oratore e si fece sempre ascoltare, che passò la vita in mezzo alla politica ed ebbe un temperamento profondamente impolitico nel senso corrente?

“ Non dirà una parola che non sia stata lungamente pensata, nè la penserà senza molto corredo di fatti” scrive di lui Giovanni Bovio raccomandandolo agli elettori dell’ 8a. E Alfredo Niceforo: “A chi aveva, con forza, polemizzato con lui su questo o quel problema di pura scienza, Egli non solo non negò l'accesso nell'Accademia e nell'Università (ove, di solito i capi, veri faziosi, non fanno entrare che i discepoli più ligi) ma aiutò, consigliò, guidò. Fatto novissimo nelle storie accademiche. Chi lo imiterà?”
Gli amici suoi più fedeli che gli stettero più vicino e che egli amò fino all'ultimo, dicono che a non aveva mondo a che perdonava con grande facilità ai suoi nemici, che riconosceva volentieri i propri torti, che era severo con gli amici come lo era con sè stesso; pronto a prodigarsi per gli umili e per gli oscuri a preferenza dei suoi grandi elettori; e poi impulsivo, burbero, tonante, ma nel fondo mite ed ingenuo come un bambino.

Insomma una bella novità, quest'uomo politico che conta le parole e crede sempre necessario il corredo dei fatti, che non crede ciecamente che gli eletti stiano tutti dalla sua parte e i reprobi nella parte avversa, che non ha nessuna attitudine alle commedie elettoralistiche, eppure si conserva fedele un collegio per più di trent'anni!
C'è dunque un segreto nei temperamento di quest'uomo.
Nei giudizi che apparvero dopo la sua morte su tutti i giornali di Italia ed in molti dell'estero; nelle molte pagine che scrissero su di lui, semplici ammiratori e autorevoli uomini della scienza e della politica; nella prosa meditata del saggio ed in quella affrettata del giornale, una parola ricorre con una curiosa insistenza : sincerità. E questa dev'essere la nota dominante del temperamento di Colajanni.
Nella politica del suo tempo egli rappresenta l'anticommedia ed in ciò fu schiettamente siciliano, ed in ciò sta la sua originalità.
Le politica per lui è vita : non crede a nessuna idillica felicità sociale raggiungibile con una taumaturgica formula dottrinaria. E più che sognare paradisi repubblicani o socialisti, il suo spirito schietto e positivo lo portava a realizzare il massimo di equità e di benessere possibili, mettendo la sua profonda e coscienziosa dottrina ed occorrendo il suo coraggio personale a servizio dei problemi sociali ed economici che interessavano il suo paese, con speciale riguardo a quelli che riguardavano la sua regione.

Ha anche lui un' ideologia, certamente, ché è necessario per un politico averne una, ma non se ne fa mai schiavo: nessuna filosofia gli fa mai rinunciare al suo buon senso di italiano e di meridionale.
E' repubblicano, ma senza tessera e se gli avessero lasciato fare la repubblica c'é da esser certi che prima di rovesciare il Re, si sarebbe chiuso in meditazione per esaminare ancora una volta se un tal mutamento sarebbe stato di reale giovamento all'Italia, che era la sola cosa che gli importava davvero.
E' strenuo difensore degli umili e degli oppressi, ma quando gli umili e gli oppressi vogliono fare qualche sciocchezza egli si rivolta loro contro, sfidando l'impopolarità come nel 1893.
“ Dovete passare sopra la mia persona, prima di fare la rivolta!" grida ai contadini di Castrogiovanni che si accingevano a seguire i moti insurrezionali dei fasci, e i contadini non si mossero; e Castrogiovanni fu uno dei pochissimi paesi della Sicilia che non videro le strade macchiate di sangue.

Filippo Turati ha un bel ricordare le ” buone battaglie che tante volte combattemmo in comunione di spirito’’, quando scoppia la guerra mondiale, Colajanni si trova d'accordo con Mussolini-
E' un uomo che non si lascia conquistare da nessuna ideologia, neppure si lascia chiudere in nessuno schema politico. Gli rimproverano la sua mancanza di disciplina ed é vero, ma verissimo è pure che se la sua vita mancò di una disciplina di partito non mancò di una legge morale.
Ma la sua indisciplina, la libertà di giudizio che si riserbò sempre ed in tutte le circostanze, non sono orgogliosa e fatua credenza di potere, da solo, imprimere un movi­mento alla società, ma bisogno di sentirsi sempre in armonia con la sua natura profonda; di rimanere fedele a se stesso, di ascoltare la sua coscienza di uomo onesto. E chi agisce a questo modo, alla fine agisce in perfetta umiltà, perché finisce per mostrarsi quello che veramente è, nei limiti del suo carattere e delle sue possibilità.

Anziché recitare la sua parte di uomo politico, egli preferì viverla; invece di prendere un atteggiamento, ebbe uno stile. Ma siccome uno stile nella vita di un uomo è cosa più sottile e difficile a riconoscere che non una maschera convenzionale, Colajanni fu spesso frainteso, alle volte irritò i consuetudinari, ed apparve nella politica italiana come un irregolare.
Ha un demone dentro di sé quest'uomo, che lo sostiene e lo sollecita senza posa : il demone dell'onestà e della sincerità; ha un fare di educatore popolare di schietta comunicativa, che conquista tutta la gente che gli vive intorno; c'é in lui la stoffa del moralista, ma di un moralista che pagò sempre di persona e diede sempre l’ esempio, prima delle parole. Fatto é che al mio paese tirava aria di moralità lui vivente ed operante. Non già che tutti fossero diventati galantuomini come per incanto, ma nelle faccende pubbliche ed anche in quelle Private, si era contagiato l'esempio della schietta onestà di Colajanni ; si temeva il suo giudizio, anche quando non poteva materialmente colpire.
Tutti, nell'agire, si chiedevano che cosa avrebbe detto “ 'u dutturi”.

Al suo popolo ed alla sua terra Colajanni rimase fedele sempre, e non coi modi retorici e sentimentali dell'uomo arrivato, ma per una necessità del suo temperamento, si direbbe oggi, di strapaesano. E tanto schietto e serio era il suo amore, da comportare la critica e persino il rabbuffo violento e tagliente.
Del resto la storia della sua vita é tutta scritta in questi luoghi; tra la vecchia casa, il piccolo podere e queste stradette dove egli passò ora da trionfatore ora da maestro peripatetico, e, in giovinezza, da buon compagnone di allegre brigate, che non disdegnava i cordiali simposii amicali e le patriarcali ed allegre scampagnate nelle più amene contrade di questa bella terra. Qui egli compì la sua salda e vasta cultura e, si può dire, miracolosamente, se si pensa alle difficoltà che dovette superare in un piccolo paese isolato e senza mezzi culturali di nessun genere; qui, già povero, dopo il disastro della sua industria zolfifera, come volontariamente recluso tra gli oliveti del suo piccolo podere in contrada Rossi, scrisse la sua opera più famosa che lo 'rivelò al mondo degli studiosi; qui conobbe le sue prime vittorie politiche ed il conforto dei primi consensi popolari.

Amato profondamente da tutto un popolo, avversato, e spesso copertamente, solo da una piccola minoranza presuntuosa ma sterile, Colajanni poté dire di rappresentare veramente e sempre la volontà popolare, la quasi unanimità di una regione, e ciò in un tempo in cui i suffragi erano inquinati dalla più odiosa corruzione.
Così passò quest'uomo che ebbe tutte le genuine qualità della gente siciliana.

Ora, vedendo nelle nostre passeggiate, la sua ombra fermata nel bronzo, ci sarà sempre caro di salutarlo con quella confidenza e con quel devoto affetto che egli sapeva ispirare. Ed i siciliani e gli ennesi particolarmente, se avessero per avventura indebolito il loro amore e allontanato il ricordo, prenderanno occasione da questa nuova consacrazione per richiamare e rivivere l'insegnamento e l'opera di chi seppe comunicarci l'amore della lealtà, della sincera devozione alla Patria e l'orrore della commedia, della retorica e degli infingimenti.

Dimenticavamo di aggiungere, ma già i politicanti di ieri e di oggi lo sanno benissimo, a loro mortificazione, che Calajanni morì povero.
Quest'uomo che lavorò per tutta la vita non meno di dodici ore al giorno; che diede al suo paese, non solo l'opera del suo ingegno, ma anche quella del suo braccio ad Aspromonte ed a Bezzecca; che rifiutò per due volte di essere ministro ed silenzio del quale, in circostanze specialissime, sarebbe stato pagato come sanno pagare i banchieri ed i faccendieri quando si sentono in pericolo, non lasciò che una vecchia casa disadorna ed un mucchio di libri,
E sarà bene ricordarsi anche di questo.

                                                                           Nino Savarese

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